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Due pesi, due misure: Pivetti a processo, le inchieste sulla sinistra finite in un vicolo cieco

Alcuni filoni sono stati ignorati come Zingaretti nel Lazio, a Milano l'ex politica è finita alla sbarra

Due pesi, due misure: Pivetti a processo, le inchieste sulla sinistra finite in un vicolo cieco

No, la legge non è uguale per tutti nelle inchieste sul Covid: stesse mascherine, stessi certificati, stesso produttore ma esiti diversi. Per L'ex presidente della Camera Irene Pivetti è stato chiesto il rinvio a giudizio per aver importato le stesse mascherine cinesi che troviamo anche nel consorzio cinese di Arcuri, con la medesima triangolazione con San Marino di cui ha parlato ieri il Giornale. L'ex governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha speso 14,6 milioni con affidamento diretto per 7,5 milioni di dispositivi di protezione mai arrivati. Ma a processo non c'è mai finito. Il tribunale lo scorso ottobre - a distanza di più di cinque anni - ha condannato due imprenditori e disposto altri cinque rinvii a giudizio. Pure i soldi sono spariti ma la Corte dei Conti ha escluso qualsiasi sua responsabilità erariale perché "manca l'elemento soggettivo della colpa grave".

Perché questa discrepanza con l'indagine di Roma che ha investito il commissario all'Emergenza Domenico Arcuri? L'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha gioco facile a dire che sugli 800 milioni di dispositivi strapagati da tre consorzi cinesi 1,2 miliardi la magistratura ha archiviato. Ma sull'esito giudiziario pesa la discutibile decisione di patteggiare una pena ridicola - un anno e otto mesi - al dominus dei tre consorzi cinesi Cai Zhongkai per un reato odioso come la frode in pubbliche forniture aggravata dall'essere "destinate a ovviare a comune pericolo" e per aver ingannato il Cts. Perché, nonostante la narrazione di Pd e M5s in commissione Covid, quelle mascherine erano farlocche e oggi lo conferma il Giornale nella pagina a fianco.

Quali reati erano contestati ad Arcuri e alla rete di mediatori che si è ingrassata speculando sulla nostra salute? Corruzione, peculato e abuso d'ufficio. I primi due reati sono stati archiviati dalla Procura, l'abuso d'ufficio è stato abolito nel 2024 dal centrodestra e al processo con rito abbreviato l'assoluzione è stata decisa direttamente dal Gup. Questa e altre inchieste sulle mascherine però sono state divise in mille rivoli con le carte che non parlavano più tra loro, e così la potenziale associazione per delinquere, in quanto stabile con molteplici scopi, è andata a farsi benedire. La presunzione d'innocenza è un caposaldo del nostro sistema giudiziario, eppure non possiamo non annotare i dubbi avanzati dalla polizia giudiziaria nel corso delle indagini. Sappiamo che il prospetto riepilogativo firmato da Arcuri inviato ai magistrati era incompleto, perché mancavano commesse per centinaia di milioni. Mancava l'intera prima commessa Moon-Ray da 20 milioni di mascherine chirurgiche per un controvalore di 27,5 milioni di euro, mancava una parte dei dati sulla partita di FFP3 di Wenzhou, dove su 110 milioni di pezzi veniva dichiarato un solo produttore, mancava l'intera commessa 8274638F47 in cui Luokai vende 450 milioni di mascherine chirurgiche a 220,5 milioni. Mancavano le bollette doganali dal 26 marzo al 15 aprile. Anche i prezzi di queste mascherine erano del tutto fuori mercato: basti pensare che 241 milioni di FFP3 sono state acquistate a 3,40 euro l'una a 821 milioni, con FFP2 certificate disponibili a 0,70-1,62.

E qui torna in gioco la questione delle consulenze. Sappiamo che Arcuri firma per comprare le mascherine dalla Moon-Ray (azienda che non sa scrivere il proprio nome nei contratti e nelle fatture) il 25 marzo 2020. Ma già il 23 la società emette una fattura proforma... Dopo l'intesa già raggiunta, la società si rivolge alla Sunsky di Milano di Andrea Vincenzo Tommasi, a cui si appoggerà il giornalista Rai oggi deceduto Mario Benotti, già consulente di big Pd come Graziano Delrio e Sandro Gozi (di cui Luca Di Donna, l'ex collega di studio da Guido Alpa di Conte è stato consigliere giuridico: altra coincidenza), per tramite della BP&G di Hong Kong. Società di cui fa parte Stefano Beghi, che Arcuri conosce benissimo in quanto partner della Deloitte dove ha lavorato fino al 2007, come ammetterà ai pm romani. Ma anche Daniele Guidi, ex dg ed ex socio della sanmarinese Banca Cis. E Beghi è anche il responsabile dell'ufficio di Hong Kong dello studio legale Gianni-Origoni, "storici consulenti di Invitalia", per usare le parole di Arcuri, ex numero uno.

Dalle carte in possesso del Giornale sappiamo anche che la registrazione dei fornitori cinesi sul portale Invitalia è stata fatta in modo tardivo. Già, i broker cinesi si sono registrati il 27 aprile, dopo aver firmato le commesse a marzo, grazie all'aiutino di un funzionario Invitalia, con una violazione procedurale macroscopica della par condicio. Nel farlo, il dirigente Invitalia ha scritto proprio a Tommasi, il quale ha risposto al dirigente allegando in copia nascosta Benotti e il banchiere sanmarinese Guidi.

Possibile che di tutte queste stranezze la magistratura non si sia mai accorta? Perché a questi e ad altri soggetti vengono promesse percentuali su vendite già

decise? Da Benotti a Beghi, molti hanno avuto rapporti personali e professionali con Arcuri. Come faceva Cai Zhongkai a conoscerli? E perché si è rivolto proprio a loro per dividere una torta già sua? Com'è piccolo il mondo...

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