E Grillo diceva: il Ponte? Serve a distrarre la gente

Il post del comico del 2016: fossi il premier proporrei boiate solo per finire sui quotidiani

E Grillo diceva: il Ponte? Serve a distrarre la gente

«Il ponte di Messina può essere superato solo dalla fantasia: proponi su Twitter la tua boiata come se fossi il presidente del Consiglio alle prese con la crisi economica con l'hashtag #LaMiaGrandeOperaInutile. Uno di voi potrebbe guadagnarsi le prime pagine dei giornali di domani». Così parlò Zarathustra Grillo, anno del Signore 2016, addì 28 settembre. «È il trionfo del nulla politico che i partiti hanno da offrire in un Paese che ha il record di disoccupazione, soffocato dal debito, con dieci milioni di poveri, che ha perso il 22% della produzione industriale dall'inizio della crisi», sibilava il fondatore del Movimento. Era un post contro l'allora premier Matteo Renzi, che riproponeva il dossier Ponte sullo Stretto.

Quelle di Grillo sembrano parole profetiche, perfette per l'oggi che viviamo, e questo la dice lunga sulla reale volontà dell'esecutivo di dare veramente alla parte più arretrata d'Italia un'infrastruttura che consentirebbe di azzerare il gap tra il Mezzogiorno e il resto d'Europa. E non è un caso che proprio il renziano Davide Faraoni si svegli dal letargo e parli di «Sicilia e Calabria come piattaforma logistica europea nel Mediterraneo». Come no. Progetti o non progetti, ambientalisti e popolo del No-qualsiasi-cosa possono stare tranquilli. Non se ne farà nulla, purtroppo.

Dismessi i panni dei virologi (per ora) e degli esperti di esplosivi, sotto l'ombrellone sono tutti ingegneri ed esperti di trasporto merci. Alè. Per il vicepresidente del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori «le imbarcazioni che arrivano dall'Asia attraversano il canale di Suez, ignorano la Sicilia e l'Italia, oltrepassano Gibilterra e raggiungono i paesi del Nord Europa». Non parla certamente delle navi container che scaricano 2,5 milioni di teu, l'unità di misura dei container nel Porto di Gioia Tauro, tassello decisivo per ridisegnare i trasporti al Mezzogiorno e già oggi fondamentale grazie ai suoi fondali, gli unici in Europa in grado di ospitare navi sopra i 20mila teu, tanto che ha fatto registrare un aumento superiore all'8%.

Della Calabria non frega niente a nessuno, a patto che non si voti. E così il Ponte diventa quello che per il Nord è l'autonomia: un feticcio da agitare per raggranellare qualche consenso. «Parlare di tunnel mi sembra un modo abbastanza sbrigativo per derubricare la questione, Conte dovrebbe mettere la Calabria in cima all'agenda politica», osserva Klaus Davi, candidato outsider a sindaco di Reggio Calabria.

L'idea del tunnel da far pagare con i soldi Ue del Recovery Fund è strampalata, non è nuova, («È un ritorno al passato di almeno vent'anni, peraltro già ampiamente scartata», dice l'azzurra Stefania Prestigiacomo), il dossier elaborato da un gruppo di ingegneri che è sulla scrivania del ministro dei Trasporti Paola de Micheli si basa su un progetto del 1870 firmato dall'ingegnere Albero Carlo Navone ma fa a pugni con una faglia naturale vecchia di 125mila anni dove convergono tre placche continentali indipendenti che ogni 500-mille anni causano scosse del settimo grado della scala Richter. Certo, dopo aver abolito la povertà ai Cinque stelle basterebbe abolire i terremoti.

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