E il premier sbianchetta la app "Immuni". Potrebbe violare le regole di Apple e Google

C'è aria di retromarcia sul tracciamento: tanti dubbi sulla privacy dei dati

E il premier sbianchetta la app "Immuni". Potrebbe violare le regole di Apple e Google

Se ne sono perse un po' le tracce. Nel diluvio di parole della conferenza stampa del premier, il tracciamento dei positivi al coronavirus è rimasto uno degli argomenti svaniti nel nulla. Che fine ha fatto l'app Immuni? Se lo chiede probabilmente anche Vittorio Colao, che ieri ha fatto trapelare le richieste del suo comitato al governo per avviare la Fase 2: tra queste la «rapida adozione della tecnologia per il tracing». Qualche giorno fa Conte ha detto che ci stavano lavorando tecnici dei ministeri della Salute e dell'Innovazione, con esperti di sicurezza cibernetica (e ci si chiede chi siano questi esperti, viste le abitudini grilline sull'argomento). Poi più nulla. E dopo la diffusione delle linee guida di Apple e Google per il funzionamento, le cose si sono complicate.

Il punto principale riguarda il sistema di conservazione dei dati personali, ovvero se sia centralizzato oppure no. Nel secondo caso i codici identificativi resterebbero sullo smartphone e ne uscirebbero solo per volontà del suo possessore. Nel primo invece finirebbero automaticamente in un server, violando appunto il livello di privacy richiesto. Il governo aveva annunciato l'intenzione di aprirne uno «pubblico e italiano», ora però pare abbia fatto retromarcia. Ma Bending Spoons, l'azienda di Immuni, che ha spinto per la decentralizzazione dei dati, sembra non abbia ancora ricevuto riscontro.

Resta poi discorso della volontarietà e dell'anonimato. Che, come dice l'Avvocato Laura Liguori (socia dello studio Portolano Cavallo e membro del Comitato Scientifico dell'Istituto Italiano Privacy), si può garantire al massimo «ma non certo al 100%. Le normative della sicurezza dei dati personali esistono proprio laddove non c'è anonimato: se si adottasse il modello centralizzato, sarebbe più ragionevole la possibilità di identificare gli interessati. Il pericolo per la sicurezza sarebbe altissimo, anche perché il server potrebbe essere violato e la quantità di dati oggetto d'attacco di hacker maggiori». Quindi meglio la soluzione Google-Apple: «Il punto però è che in una situazione di emergenza si tende a contrapporre un diritto fondamentale come la salute a un altro come la privacy. È un po' come con la sicurezza dopo gli ultimi attacchi terroristici». In pratica: vale di più uno o l'altro? L'avvocato Liguori non ha dubbi: «Se le tecnologie di controllo diventano invasive, il rischio di una sorveglianza di massa è reale. Oppure il rischio di essere soggetti a decisioni interamente automatizzate, ad esempio per ottenere un mutuo o un'assicurazione. La salute e la protezione dei dati personali sono due diritti che non si contrappongono ma vanno contemperati nella difesa del diritti fondamentali. Ad esempio, l'app da sola non serve a nulla, se non accompagnata dai tamponi e da un sistema che garantisce una procedura certa per i cittadini trovati positivi al virus, nonché da una strategia complessiva di contrasto alla pandemia nella quale la soluzione tecnologica è solo uno dei mezzi a disposizione». Ed è su questo appunto che ancora si aspetta una traccia da Conte.

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