Un uomo di massimo 60 anni, lieve menomazione, formazione da elettricista che oggi potrebbe essere sposato o in una relazione stabile ma che trent'anni fa viveva probabilmente a casa della madre anziana, in un'area di 60 km quadrati attorno a Pordenone, con un laboratorio di materiale elettrico, tubi e attrezzi. Eccolo, l'identikit del vero Unabomber, l'uomo dei misteri sfuggito a inquirenti e giornalisti, capace di terrorizzare tra il 1993 e il 2006 Veneto e Friuli Venezia Giulia, ferendo persino alcuni bambini, con almeno 34 ordigni tra Pordenone, Udine, Treviso e Venezia.
Quattro anni fa l'allora procuratore capo di Trieste Antonio De Nicolo e il pm Federico Frezza, l'ultimo a essersene occupato, hanno affidato il Dna di Unabomber all'ex capo dei Ris Giampietro Lago e dell'antropologa molecolare forense Elena Pilli, che l'hanno confrontato con altre 63 persone: si trattava di alcuni peli scoperti su una bomboletta di stelle filanti, un capello bianco trovato in un uovo-bomba inesploso, la scatoletta di sgombro inviata alla suore di Concordia Sagittaria l'11 marzo del 2002, il tubetto di maionese inesploso trovato a Roveredo in Piano a fine 2000, il congegno piazzato sotto la sella di una bici, la lattina di Coca Cola trovata a Zoppola (Pordenone) e l'inginocchiatoio della Chiesa di Sant'Andrea a Portogruaro che ospitava la fialetta per dolci farcita di esplosivo, una delle tante prove contestate.
Sono passati vent'anni dall'ultima sua "creatura", il tappo della bottiglia esplosa il 6 maggio 2006 sul litorale presso la foce del Livenza a Porto Santa Margherita di Caorle (Venezia) per la curiosità dall'infermiere Massimiliano Bozzo, che ha perso tre dita della mano sinistra.
Chi è Unabomber? Il professore di Educazione tecnica Andrea Agostinis finisce sotto i riflettori, ma ne esce quasi subito. Per anni è stato Elvo Zornitta, ingegnere di Corva di Azzano Decimo (Pordenone), ingiustamente accusato di essere lo spietato bombarolo: indagato nel 2004, mai rinviato a giudizio anzi archiviato nel 2009 e risarcito nel 2022 con 300mila euro. Non è suo il Dna ritrovato, ma questo l'avvocato Maurizio Paniz l'ha sempre sostenuto, convinto che "chi ha confezionato gli ordini doveva avere a che fare col mondo anglosassone", come un soldato Usa di Aviano. Per avere giustizia Zornitta ha rinunciato alla prescrizione, la gip di Trieste Flavia Mangiante ha chiuso definitivamente il nuovo filone aperto su lui e altri 10 indagati dopo un'inchiesta giornalistica di Marco Maisano .
Il suo nome aveva acceso subito gli inquirenti per un profilo perfetto. Appassionato di razzomodellismo e di esplosivi, in casa gli trovano materiale elettrico, una selva di custodie degli ovetti Kinder come quelli abbandonati per strada a Treviso (dove non era mai stato) il 26 gennaio 2005, tre pile simili a quelle usate nell'ordigno esploso alla chiesa di Cordenons, dei circuiti integrati simili a quelli usati nella bomba al tribunale, vari petardi e pennarelli svuotati, persino la fialetta di aroma per dolci di una nota marca. "La gente mi guardava con la bocca aperta, pensando: È lui. Una volta ho visto una signora che è corsa alle casse ad avvertire tutti", rivela Zornitta alle Iene. Gli inquirenti lo sorvegliano dentro casa con videocamere e microspie e fuori lo pedinano. Dopo una delle svariate perquisizioni nel suo sgabuzzino gli portano via gli strumenti da taglio, come pinze, forbici e coltelli, da analizzare grazie alla Toolmark analysis. E c'è la svolta. Una fuga di notizie sui giornali svela che l'analisi del laboratorio per le Indagini criminali della Procura di Venezia guidato da Ezio Zernar dirà che a tagliare il lamierino rinvenuto nella bomba sotto l'inginocchiatoio è stata una forbice di marca Valex ritrovata a casa sua. È l'inizio della mostrificazione dell'ingegnere. Mentre è controllato e spiato, gli attentati continuano. Motta di Livenza, Portogruaro, Caorle. Tre, quattro cinque. Eppure Zornitta aveva degli alibi indiscutibili, (anche se poi troverà un microfono in casa mentre smonta un condizionatore), mai avrebbe potuto maneggiare la nitroglicerina in quella sorta di cabina armadio. Un filmato lo mostra mentre sembra strofinare qualcosa sulle lame per 20 secondi. "Era ruggine". "Allora ha dei complici", dicono gli inquirenti. "All'epoca io fumavo parecchio e mi ricordo che le cicche le mettevo in tasca non le buttavo via, avevo questo genere di paranoia", ricorda Zornitta, che in un amen si trova davanti casa giornalisti e telecamere accese.
Ieri sera, ai microfoni di Roberta Rei, l'esperto di esplosivi Danilo Coppe confessa l'ovvio: "Era brutto e antipatico con un passato alla Oto Melara. Dovevano giustificare tanti anni di indagini e quindi qualcuno bisognava anche in qualche maniera inquisirlo". Chi lo avrebbe incastrato è stato condannato a due anni. Zernar era un poliziotto così bravo da aver lavorato a casi come Marta Russo, Uno Bianca e Mala del Brenta. "L'unico condannato sono io ma è un errore giudiziario. Tutto è stato studiato a tavolino", dice alle Iene. Lui da la colpa al conflitto e alle gelosie fra i vari corpi di polizia che volevano intestarsi la cattura di Unabomber. "Ogni forbice lascia un'impronta differente, anche se fatta in serie. Due pistole non sparano il proiettile con le stesse impronte anche se fatte in serie. Non so se è stato lui o il vero Unabomber", insiste oggi Zernar. Ma per i Ris il taglio del lamierino sembrava fatto da poco, l'attentato risaliva a ben due anni e mezzo prima, mentre le forbici erano in mano agli inquirenti, anzi in mano a un'unica persona. Zernar.
Lui si becca una condanna per frode processuale e alterazione di corpo di reato. Ma, c'è un ma. Il famoso lamierino manomesso venne acquistato "con un'unità di misura anglosassone", pollici e non centimetri. L'ipotesi Aviano è un percorso investigativo che potrebbe ancora essere battuto.