Ecco la rete di Messina Denaro: "È tornato, è come Padre Pio"

Colpo ai fiancheggiatori del super latitante: 21 arresti. La telefonata: "Il bimbo sciolto nell'acido? Ha fatto bene"

«Una statua gli devono fare... una statua... allo zio Ciccio che vale. Padre Pio ci devono mettere allo zio Ciccio e a quello accanto... Quelli sono i santi». Parlano così del super latitante Matteo Messina Denaro e del padre Francesco i suoi fidi intercettati a marzo nell'ambito dell'operazione Anno zero coordinata dalla Dda di Palermo che ha inflitto un duro colpo alla rete di fedelissimi della primula rossa della mafia. A parlare è il cognato di Messina Denaro. «Voialtri tanto mangiate dice con riferimento ai politici - State facendo diventare un Paese... L'Italia è uno stivale pieno di merda... le persone sono scontente».

Oltre a lui, i carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Trapani e le squadre mobili di Palermo e Trapani e lo Sco hanno arrestato 21 affiliati alle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna, indagati per i reati di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento, detenzione armi e intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalle modalità mafiose, e un indagato deve rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa.

Tra i destinatari del provvedimento restrittivo figura lo stesso super latitante, a conferma del suo perdurante ruolo di capo della provincia mafiosa di Trapani, indicato dai suoi fidi quale erede naturale di Totò Riina.

Lui, Messina Denaro, resta introvabile. È coperto da una fitta rete di sodali. A sentire le intercettazioni di Angelo Greco, uomo d'onore di Campobello di Mazara, il boss ha fatto capolino in territorio di Marsala nel dicembre 2012. «Dice che era in Calabria ed è tornato - parla uno degli arrestati - passa qua e i cristiani ci vanno». Ma, latitante dal 1993, dopo le stragi di mafia, è ancora a piede libero e nessuno osa criticare il suo operato.

«Allora ha sciolto a quello nell'acido, non ha fatto bene? Ha fatto bene». È la scioccante frase intercettata di uno dei mafiosi arrestati nel blitz, che si riferisce al piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. Il 13enne fu rapito, tenuto sotto sequestro per 779 giorni, ucciso e sciolto nell'acido per indurre il padre a ritrattare. «Se la stirpe è quella... suo padre perché ha cantato?» risponde l'altro. «Il bambino è giusto che non si tocca dice l'interlocutore - però aspetta un minuto. Perché se no a due giorni lo poteva sciogliere... Settecento giorni sono due anni. Tu perché non ritrattavi tutte cose? Se tenevi a tuo figlio, allora sei tu che non ci tenevi». «Giusto! Perfetto! E allora, fuori dai coglioni» dice l'altro.

Le indagini hanno documentato anche il ricorso all'intimidazione per infiltrare il tessuto economico locale. È da esso che trae sostentamento la rete, che si avvale della collaborazione di imprenditori. È stato, ad esempio, accertato come alcuni indagati, attraverso insospettabili, siano intervenuti in aste giudiziarie per riappropriarsi di beni sequestrati e si è documentato l'interesse della criminalità organizzata per il settore delle scommesse. A sostentare il circuito familiare del latitante c'era l'imprenditore Carlo Cattaneo del settore dei giochi e scommesse online.

Gli incontri importanti avvenivano nell'agenzia pratiche auto di Antonino Triolo, per far giungere i pizzini a Gaspare Como, cognato del latitante, designato quale reggente del mandamento di Castelvetrano, grazie a Nicola Accardo, capo della famiglia di Partanna. Una parte di corrispondenza riservatissima rivolta dal super latitante ai suoi familiari e ai vertici della mafia è finita nelle mani degli inquirenti. I pizzini erano a casa di Nicola Accardo, figlio del defunto «Ciccio».

Ed è emerso come Messina Denaro abbia privilegiato, nella scelta dei soggetti da porre al comando dell'organizzazione, il criterio «dinastico», individuando persone della sua cerchia familiare, affinché il vincolo mafioso coincidesse pienamente con quello di sangue.

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