Gli esuli: «Fidel è morto» ma all'Avana è giallo

L'ipotesi rilanciata dalla lunga assenza del «líder máximo». I media: blindato il cimitero. Maduro in visita segreta ma il governo continua a smentire

Gli esuli: «Fidel è morto» ma all'Avana è giallo

Tenere nascosta la morte del leader per renderla pubblica solo nel momento ritenuto più opportuno è sempre stata una specialità dei regimi comunisti: accadde con Stalin, con Brezhnev e perfino con Tito. Potrebbe succedere di nuovo, in queste ore, con Fidel Castro, l'ottantottenne leader della rivoluzione cubana che è scomparso dalla scena pubblica da ormai otto mesi.

Ieri un giornale di Miami, il Diario Las Americas , ha annunciato, sia pure con molti condizionali, la sua scomparsa e altri media vicini agli esuli hanno fornito notizie per corroborarla: il cimitero di Sant'Efigenia di Santiago, dove Fidel vuole essere sepolto, sarebbe stato chiuso al pubblico, il presidente venezuelano Maduro si sarebbe recato segretamente all'Avana e 800 soldati cubani di stanza in Venezuela sarebbero stati richiamati d'urgenza in patria. Per qualche ora si è parlato anche di una conferenza stampa del governo, poi smentita. In presenza di un rigoroso silenzio da parte degli organi di informazione ufficiali, l'avvenuto decesso, magari già parecchi giorni fa, rimane una possibilità.

Ma ci si chiede anche che senso avrebbe tenerlo nascosto, visto che il leader maximo, che ha lasciato le sue cariche al fratello minore Raul da quasi nove anni, è ormai un personaggio abbastanza irrilevante sia sulla scena domestica sia quella internazionale, un idolo del passato, il totem di una rivoluzione che perde di giorno in giorno la sua spinta propulsiva. L'unico motivo potrebbe essere il timore che la notizia della sua scomparsa (e i relativi osanna delle sinistre mondiali) potrebbero oggi essere oscurati dagli avvenimenti francesi. Dopo il riconoscimento del regime da parte di Obama, lo scambio di spie e di ambasciatori con gli Stati Uniti, la speranza di una revoca dell'embargo da parte del Congresso, su Cuba è di nuovo calato il silenzio. Il popolo ha accolto con entusiasmo la notizia del riavvicinamento con l'America (e soprattutto quella di una liberalizzazione delle rimesse degli esuli, essenziali a molte famiglie per sopravvivere), ma per ora essa non ha avuto grandi conseguenze pratiche.

Solo ieri Raul ha rimesso in libertà 26 - o 35, non si capisce bene – dei 53 prigionieri politici che si è impegnato a scarcerare, ma in compenso la vigilia la polizia ha effettuato altri arresti, tra cui quello della dissidente Tania Bruguera che voleva installare nella Piazza della rivoluzione dell'Avana un microfono per consentire ai cittadini di dire la loro. Dalla capitale, e anche dalle province, sono scomparsi buona parte dei cartelli inneggianti al socialismo, ma la liberalizzazione avviata da Raul procede con lentezza. È abbastanza bene avviata la compravendita di case e di automobili, sono sorte una quantità di mini-aziende di carattere familiare (soprattutto trattorie) e il sogno della prosperità sta soppiantando quello castrista dell'eguaglianza. Ma un reporter del New York Times che nei giorni scorsi ha attraversato tutta l'isola su una Ford del 1956 (!) riferisce che i commerci sono quasi fermi, che non ci sono collegamenti per i cellulari, che sulle strade piene di buchi sono più frequenti i carri trainati dai cavalli delle automobili e che ovunque sono presenti i segni di una miseria dignitosa, ma disperata. Del resto, un dipendente pubblico guadagna tuttora l'equivalente di 15 dollari mensili, e – a dispetto delle riforme di Raul - chi non si arrabatta nella cosiddetta economia parallela, dominata dal dollaro fatica a cucire la colazione con la cena. La eventuale morte di Fidel, che la generazione dei ventenni ha ormai quasi rimosso, non cambierebbe l'andamento delle cose.

Ci sarebbero lutto nazionale, lacrime più o meno sincere, funerali solenni e pellegrinaggio di capi di Stato dagli Stati dell'America latina che ancora credono in lui, ma la sua epopea si era già chiusa nel 2006, quando trasmise il bastone del comando al fratello minore.

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