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Ex-Ilva, i giudici provano a spegnerla. "A Taranto rischi di gravi malattie"

Ordinato smantellamento area a caldo entro il 26 agosto

Ex-Ilva, i giudici provano a spegnerla. "A Taranto rischi di gravi malattie"
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Ultimatum del tribunale di Milano all'Ilva di Taranto. Accogliendo la richiesta di un gruppo di residenti della città pugliese, i giudici della sezione "diritto d'impresa" hanno ordinato ad Ilva Spa e alle Acciaierie d'Italia di iniziare entro il 26 agosto lo smantellamento dell'area a caldo dello stabilimento. Un termine assai breve, ma che secondo i magistrati milanesi è reso inevitabile dall'impatto che la prosecuzione della produzione ha avuto e continua - secondo i giudici - ad avere sulla salute della popolazione. Se la riconversione entro sei mesi non sarà stata avviata, l'attività dell'area a caldo dovrà fermarsi per legge.

È una svolta decisiva, nella lunga battaglia combattuta tra una parte degli abitanti e il colosso siderurgico. Concretamente, sulla base anche di una sentenza del 2024 della Corte di giustizia europea, il tribunale - presieduto dal giudice Angelo Mambriani - disapplica la Aia (Autorizzazione integrata ambientale) che l'anno scorso ha concesso allo stabilimento di continuare a produrre: un autorizzazione concessa sulla base del decreto del governo Letta che nel 2013 aveva dato chance di sopravvivenza all'Ilva. Nel provvedimento emesso ieri dal tribunale si legge che il decreto varato da Letta presenta "evidenti profili di illegittimità", e che le Vdsn (Valutazioni del danno sanitario) emesse sulla base di esso non sono attendibili.

La decisione sul futuro dell'Ilva viene presa dunque mille chilometri a nord di Taranto, perchè è a Milano che sono approdate le procedure di amministrazione giudiziaria dell'azienda. Per arrivare alla loro decisione i giudici devono superare sia dati oggettivi che tesi di parte dell'azienda. Tra i primi, che i livelli di inquinanti hanno presentato nella zona "concentrazioni superiori ai limiti solo negli anni 2009 e 2011", e che da allora sono in calo quasi costante: ma questo, dicono in sostanza i giudici, è conseguenza solo delle misure parziali e del calo della produzione. Tra le seconde, le consulenza di parte secondo cui i livelli di Pm10 a Taranto sono simili a quelli di altre città italiane, e che le rilevazioni hanno prospettato "risposte genotossiche" più alte nel centro di Roma che nella città dell'acciaieria. A convincere i giudici della necessità di intervenire sono i dati epidemiologici, che raccontano di mortalità infantili e adulte assai più alte che nel resto della Puglia, e che non possono essere spiegate - come dicono i consulenti dell'Ilva - con lo stile di vita e la propensione al fumo e all'obesità.

Servono immediatamente, dice la sentenza, "misure che assicurino a quelle persone la ragionevole certezza di vivere senza il fondato timore di essere attinte da malattie gravi o comunque di vedere intollerabilmente violata la serenità della propria vita".

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