Guerra in Ucraina

Gli ex scissionisti già rompono col Pd e non votano il decreto pro Ucraina

Appena riaccolti nel partito, gli esponenti di "Articolo 1" si dissociano a Montecitorio sulle armi: "Kiev? Meglio perda"

Gli ex scissionisti già rompono col Pd e non votano il decreto pro Ucraina

Neanche il tempo di rientrare nel Pd (dopo essersi fatti eleggere in Parlamento grazie ai posti in lista sicuri gentilmente offerti da Enrico Letta), e già gli ex scissionisti di «Articolo 1» si ri-scindono nel primo voto politicamente significativo. Ieri infatti, nell'aula di Montecitorio, è stato approvato a larghissima maggioranza il decreto Ucraina, che proroga fino al 31 dicembre dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari al paese invaso dalla Russia. Il Pd, con un paio di eccezioni (Ciani e Boldrini) ha votato a favore, con la maggioranza. Ha votato necessariamente a favore anche l'ex ministro del governo Draghi Roberto Speranza, che non poteva smentire le scelte allora condivise, e con lui la ex sottosegretaria Cecilia Guerra.

Ma diversi esponenti dell'ex partitino bersanian-dalemiano non hanno partecipato al voto in segno di dissenso. La ragione la spiega uno di loro, Arturo Scotto, con un cinismo tanto agghiacciante quanto - ci si augura - inconsapevole. E la spiega, guarda caso, con un intervento pubblicato sul quotidiano contiano Il Fatto, alfiere del «pacifismo» filo-russo grillino. In sintesi, dice Scotto, le armi a Kiev non vanno mandate perché la resistenza ucraina deve perdere contro l'invasore russo: «Vincere la guerra contro una potenza nucleare significa mettere nel conto l'armageddon». Meglio quindi far contento Putin e affrettare la sconfitta, abbandonando l'Ucraina inerme al proprio destino, nelle mani dei genocidi del Cremlino. La scelta degli ex scissionisti, appena accolti come figlioli prodighi nel partito, provoca notevole irritazione nelle file Pd. «Beh, abbiamo fatto un bel capolavoro», ironizzava Matteo Orfini, uscendo dall'aula con alcuni colleghi di gruppo. Mentre l'ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, alfiere della linea euro-atlantica e filo-Ucraina, scuoteva la testa opponendo un gelido «No comment» a chi gli chiedeva che ne pensasse. Enrico Borghi critica la «eccessiva enfasi» data dal Pd al rientro degli ex scissionisti, «dai quali mi sarei quantomeno aspettato una riflessione sui propri errori e sui danni provocati al centrosinistra intero. E invece...». E invece, è il sospetto di molti, il non voto sul decreto Ucraina è solo il primo segnale di una nuova rottura alle porte. «Si sono fatti eleggere da noi, ma ora aspettano solo che prendiamo una scoppola alle Regionali del 12 febbraio per annunciare, insieme a Conte e a quel genio politico di D'Alema, che il Pd è fallito e bisogna fare una nuova Cosa Rossa a guida 5S», confida un dirigente dem riformista. Con un Pd ancora in pieno marasma congressuale (le primarie sono state rinviate al 26 febbraio), l' Opa ostile contiana nel nome di Berlinguer, del giustizialismo anti-Nordio e del pacifismo moscovita potrebbe causare un terremoto che va ben oltre la ri-scissione di Articolo 1.

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