«Facebook doveva levare i video hard di Tiziana»

Il tribunale di Napoli contro il social: bisognava proteggere la sua privacy anche senza un ordine

Antonio Borrelli

«Ai gestori dei colossi del web chiedo soltanto un po' di umanità e coscienza, almeno dopo che una povera ragazza è stata costretta a togliersi la vita per farsi credere ed affermare la sua totale innocenza nel divulgare queste cose». Così si era espressa pochi giorni fa la madre di Tiziana Cantone, la ragazza napoletana che lo scorso 13 settembre si è tolta la vita dopo essersi accorta troppo tardi di essere entrata in un drammatico gioco virtuale.

Ieri, però, è arrivata una piccola rivincita per la signora Teresa Giglio, che in questi mesi ha intrapreso una vera e propria battaglia per rendere giustizia a sua figlia. Il tribunale di Napoli Nord, presieduto da Marcello Sinisi, ha infatti parzialmente rigettato il reclamo che «Facebook Ireland» aveva presentato il 4 ottobre scorso, dando ragione alla madre della 31enne.

Secondo il Tribunale, tutti i link e le informazioni su Tiziana, comparse su decine pagine del social, dovevano essere rimossi. Non solo. Il colosso creato da Zuckenberg avrebbe dovuto proteggere la privacy della donna anche senza un preciso ordine da parte dell'autorità amministrativa o giudiziaria. La donna, infatti, una settimana prima di morire si era rivolta al giudice con un ricorso d'urgenza per chiedere il diritto all'oblio e la cancellazione di tutti i link che riproducevano le scene sessuali di cui si era resa protagonista, da lei inviate ad alcuni amici in forma riservata tramite Whatsapp ma finite sui social senza il suo consenso. Ma Facebook si oppose.

Oggi una parte di verità viene ristabilita, anche se permane la questione delle responsabilità della diffusione di quei sei video. Giovedì scorso, difatti, la Procura di Napoli ha chiesto l'archiviazione della posizione dei quattro suoi amici ai quali erano pervenuti i video hot di Tiziana e che erano sospettati di averli divulgati sul web. Resta quindi ancora un giallo la spietata successione di eventi iniziata nel maggio 2015, quando Tiziana Cantone viene filmata durante un rapporto sessuale con un ragazzo, avuto per ripicca nei confronti del suo fidanzato. In breve tempo i video finiscono nel mare magnum di internet fino a trasformarsi clamorosamente in veri e propri oggetti virtuali culto tra i giovani. Tiziana le aveva provate tutte per lasciarsi alle spalle quella triste pagina della sua vita: aveva cambiato lavoro, città, si era allontanata dagli amici e aveva querelato le quattro persone che avevano avviato il tam tam mediatico. Ma il vortice di derisione e vergogna in cui si è ritrovata l'hanno portata ad impiccarsi con un foulard legato ad una panca da fitness multiuso all'interno di uno scantinato.

Il caso Cantone ha comunque dato vita ad un precedente nel rapporto tra piattaforme digitali e privacy. È ormai evidente che nell'oceano del web esistano troppe falle sistemiche a lungo sottostimate, come quella legata a questioni commerciali e di profitto. Per un anno intero, infatti, i filmini hard di Tiziana Cantone (diventata nel frattempo icona porno contro la propria volontà) hanno raccolto incredibili introiti pubblicitari, sia su siti porno che su colossi di videosharing, senza contare le decine di forum con link relativi a quei video. Soldi fatti sulle vite degli altri.

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