Fontana, la Gdf sequestra 25mila camici a suo cognato

Indagini anche sul cellulare dell'imprenditore Dini. Il presidente sul conto estero: nessuna operazione

Fontana, la Gdf sequestra 25mila camici a suo cognato

Erano tutti nel magazzino della Dama spa a Varese i 25mila camici anti Covid che l'azienda guidata dal cognato del governatore lombardo Attilio Fontana ha mancato di consegnare alla Regione. È lì che i militari della Guardia di finanza li hanno trovati e sequestrati.

Andrea Dini, fratello della moglie di Fontana, e la sua società hanno subito una perquisizione nella tarda serata di martedì. I 25mila presìdi sanitari trovati dalle Fiamme gialle fanno parte della fornitura (da 513mila euro) concordata con la centrale di acquisto regionale Aria e poi tramutata in donazione su input del governatore. La Dama ha consegnato solo i primi 50mila pezzi. I restanti non sono mai stati ricevuti dal Pirellone. Gli inquirenti hanno ricostruito un tentativo di Dini, assistito dall'avvocato Giuseppe Iannaccone, di rivendere la merce a una Rsa in provincia di Varese. Ma la difesa dell'imprenditore contesta questa ricostruzione. Gli scatoloni di fatto non hanno mai lasciato il magazzino, in un periodo che dura anche oggi in cui questo tipo di dispositivi monouso è obbligatorio nelle strutture sanitarie e molto richiesto sul mercato. Il destino di tali preziosi articoli, stoccati in un magazzino della Gdf, ora non è chiaro. Lo stesso Dini prima del sequestro sarebbe stato intenzionato a metterli a disposizione e li avrebbe tenuti fermi proprio per fornirli nel caso in cui la Regione ne avesse fatto richiesta. Potrebbero essere presto dissequestrati e consegnati gratuitamente agli ospedali con il nulla osta della Procura. È finita agli atti anche la documentazione amministrativa della ditta di Varese relativa all'ordine, comprese le fatture emesse dalle aziende fornitrici del tessuto speciale per gli indumenti protettivi.

Oltre ai camici e ai documenti, la Guardia di finanza ha sequestrato il cellulare dell'indagato che era presente alla perquisizione e ha cercato più in generale tracce delle comunicazioni, su telefonini e computer, fra i due cognati tra maggio e giungo. Nella fase cioè in cui la fornitura è diventata donazione e in cui Fontana ha tentato di risarcire di tasca propria Dini con un bonifico di 250mila euro, poi bloccato da una segnalazione anti riciclaggio. Allo stesso periodo risale la decisione di Dini di tenersi i camici non spediti in Regione, atto con cui è venuto meno all'accordo con Aria arrecando un danno all'ente. È anche vero che le interlocuzioni tra Fontana e il parente non devono essere state troppo fitte, considerato che il presidente chiese l'Iban della società per fare il bonifico ai funzionari di Aria e non a Dini stesso. In relazione a questi fatti Fontana è indagato per frode in pubbliche forniture in concorso con Dini e con il direttore generale uscente di Aria Filippo Bongiovanni. Dini e Bongiovanni sono indagati inoltre per «turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente». Sul fronte del conto svizzero da cui è partito il tentato bonifico al cognato in forma «privata» come sottolineato dal legale del governatore Jacopo Pensa, la newsletter del giornale Domani aveva scritto di movimentazioni di denaro anche recenti. «Riguardo presunti versamenti od operazioni che si vorrebbero leggere nel conto svizzero - ribatte l'avvocato Pensa -, il presidente ribadisce di non avere mai operato su questo conto e, se variazioni ci sono state nel corso degli anni, sono dovute a performance positive o negative degli investimenti.

Il presidente - aggiunge - non può sopportare che si dicano menzogne e si facciano ricostruzioni fantasiose sulle sue presunte operazioni bancarie e smentisce di avere mai avuto rapporti con la Banca di Sondrio (come invece riportato sempre da Domani, ndr). Se questo scoop fosse vero, è relativo a un problema di tecnica bancaria a cui lui è estraneo, sia in termini di contenuto che di significato».

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