La gelosia, la lite, la caduta. Indagato il fidanzato di Dora

L'uomo accusato di istigazione al suicidio, ma l'esito dell'autopsia potrebbe aggravare la sua posizione

La gelosia, la lite, la caduta. Indagato il fidanzato di Dora

Un giallista avrebbe pochi dubbi sullo sviluppo giudiziario di questa brutta storia.

Al momento gli elementi in mano agli investigatori non sono ancora «univoci e concordanti» (ad esempio manca il risultato fondamentale dell'esame autoptico, in programma oggi) tuttavia la ricostruzione della morte di Dora Lagreca, 30 anni, sembra indicare una strada precisa. Che non è certo quella del «suicidio volontario». Almeno così come l'ha descritto il compagno della vittima, Antonio Capasso, 30 anni, disoccupato: unico testimone (al momento indagato per istigazione al suicidio, ma la sua posizione potrebbe aggravarsi) della drammatica fine della fidanzata, precipitata due notti fa dal balcone dell'appartamento che la coppia condivideva a Potenza. Un volo di 12 metri che non ha lasciato scampo alla giovane, spirata all'ospedale «San Carlo» del capoluogo lucano dov'era stata ricoverata dopo l'allarme lanciato dallo stesso Capasso. Per lui, nell'immediatezza della tragedia, un primo interrogatorio durato 5 ore; ieri una seconda convocazione nella caserma dei carabinieri, conclusa con la formalizzazione del capo d'accusa: istigazione al suicidio. La procura di Potenza si è mossa con rapidità. Trovando riscontri al racconto di Capasso e soprattutto verificando le ragioni di quell'«acceso litigio» che ha fatto da prologo al dramma. Dora Lagreca era una donna affascinante, nel suo passato anche qualche book fotografico da aspirante modella. Ma cosa ha spinto Capasso a trasformarsi in un «istigatore di morte»? La solita parola intinta nel veleno dell'ossessione: gelosia. Macchina infernale generatrice di deliri, sospetti e offese. Si può aggredire una donna anche con la «semplice» violenza delle parole. Fino a liquefare i sentimenti, spingendo ad ammazzarsi. La conferma nelle testimonianze dei vicini: «Nella notte tra venerdì e sabato abbiamo sentito urla e rumori provenienti dalla casa della coppia». Poi, un tonfo: il corpo della giovane che precipita dal quarto piano.

Cosa c'è all'origine di questo volo senza ritorno? Il fidanzato corre per le scale a piedi nudi, tenta di prestarle soccorso, ma Dora è già agonizzante.

Originaria di Montesano sulla Marcellana (Salerno), si era trasferita in Basilicata da qualche mese dopo essere stata assunta come ausiliaria scolastica in un istituto di Tito, un paese dell'hinterland potentino. Era felice del nuovo lavoro. Familiari e amici concordano su un punto cruciale: «Dora non si sarebbe mai suicidata». Del resto anche le ore precedenti alla disgrazia documentano una serata passata allegramente in comitiva, un clima sereno con tanto di stories, foto e commenti social. Ma sulla pagina facebook, spunta pure un post di tenore diverso, un messaggio accorato sul tema dei femminicidi. Dora scrive: «La maggior parte delle violenze non sono commesse da persone col passamontagna che aspetta dietro l'angolo. A commetterle sono invece persone conosciute».

Uno sfogo che potrebbe essere messo in relazione con quanto di brutto le è accaduto? Capasso si difende: «La amavo, quando ha minacciato di uccidersi ho sottovalutato le sue parole. Ho cercato di fermarla, ma era troppo tardi. Non le avrei mai fatto del male». I genitori di Dora pregano per la figlia. Invocano la giustizia divina. Ma hanno diritto anche alla giustizia umana.

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