I migranti dietro al "sofa-gate". Il retroscena sulla sedia proibita

Il vertice di Ankara serviva ad Unione Europea e Turchia per riprendere il dialogo su alcuni dossier vitali per l'agenda politica internazionale, tra cui la gestione dei rifugiati siriani

I migranti dietro al "sofa-gate". Il retroscena sulla sedia proibita

Per "sofà-gate" si intende la dimostrazione plastica della capacità dell'Europa di spostare l'attenzione dalle tematiche rilevanti per concentrarsi sul colore. Perché sì, l'atteggiamento di Erdogan nei confronti del Presidente della Commissione Ue Ursula von Der Leyen è stato brutale, ma forse meno rispetto al nocciolo centrale del vertice: i migranti.

Attorno alla gestione dei flussi migratori ruotano tutti gli altri dossier che animano i rapporti tra Turchia e Unione Europea: diritti umani (la Turchia ha deciso di ritirarsi dalla Convenzione europea contro la violenza sulle donne), ingerenze geopolitiche, scontri diplomatici. La von Der Leyen, insieme al Presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, si sono resi conto che l'escalation degli scontri con Ankara non conviene a nessuno. E anzi, il meeting rappresentava una tappa importante verso una ripresa della dialettica che la stessa Turchia, in piena crisi finanziaria, auspica con l'Ue, dopo un 2020 di massima tensione e la minaccia di sanzioni contro Erdogan per le azioni "illegali e aggressive" su vari fronti.

I diplomatici francesi l'hanno definita “offensiva di charme”, e si tratta di una strategia, quella del Sultano, di provare a tendere la mano all'Europa dopo mesi a dir poco turbolenti: dagli insulti con Macron, alla disputa sulle trivellazioni nel Mar Egeo, fino ovviamente alla riapertura dei confini con la Tracia che aveva proiettato centinaia di migliaia degli oltre 4 milioni di profughi siriani stipati in Anatolia lungo la cosiddetta Rotta Balcanica.
Proprio in questo senso, dopo i 6 miliardi di euro già elargiti con l'accordo del 2016 da Bruxelles per "proteggere" i confini tra Grecia e Turchia, entrambe le parti in causa caldeggiano un rinnovo dei finanziamenti.

Questi nodi dell'agenda diplomatica rappresentano punti di interesse comune tra tutti gli Stati dell'Ue, dalla Francia che appunto con la Turchia non nutre buoni rapporti (addirittura dall'Eliseo accusano Erdogan di aver tentato di interferire nelle scorse elezioni presidenziali), alla Germania che con la Turchia cerca di tenere saldo un rapporto secolare, fino alla stessa Italia, che ha ancora il suo bel daffare nella gestione dei flussi migratori dalla Libia (quasi 10mila sbarchi da inizio del 2021), che con Ankara condivide diversi dossier di politica internazionale (Nord-Africa, Maghreb, Balcani, Mediterraneo orientale, Africa orientale) e che in quella "cooperazione" auspicata da Draghi nelle sue dichiarazioni su Erdogan che hanno creato un incidente diplomatico non da poco si riferisce proprio alla gestione degli accordi commerciali e politici, della convergenza sul riconoscimento di un governo in Libia, del blocco dei migranti.

Il sofà-gate, insomma, ha mostrato chiaramente come tematiche "simboliche" in seno all'Europa finiscano per sovvertire l'ordine gerarchico degli argomenti davvero importanti. È anche così che, il Vecchio Continente, mostra il suo ventre molle.

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