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Ghalibaf contro Vance. Il pasdaran e il marine ora si giocano tutto

In Pakistan l'iraniano cerca un accordo onorevole. L'americano: "Niente prese in giro". L'intesa aprirebbe ai due un futuro da leader. Il flop un presente da capri espiatori

Ghalibaf contro Vance. Il pasdaran e il marine ora si giocano tutto
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Il marines contro il pasdaran. Ma anche un trumpiano riluttante faccia a faccia con l'uomo che molti a Washington o Langley consideravano la possibile nuova Delcy Rodriguez, l'ex vice presidente venezuelana trasformatasi da fedelissima di Maduro a suo interessatissimo successore. Sia come sia il vice presidente statunitense JD Vance e il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf si annunciano indiscussi protagonisti dei negoziati sul cessate il fuoco al via oggi a Islamabad. O perlomeno i due su cui sono puntati gli occhi del mondo. Anche perché sono, nel bene e nel male, i due che si giocano tutto.

In caso di successo possono diventare i nuovi leader dei rispettivi paesi. In caso di insuccesso finire nella polvere. JD Vance portando a casa una vittoria negoziale vendibile al grande pubblico - e magari ottenendo la liberazione di sei americani detenuti in Iran - riscatterà il suo capo. Ma soprattutto potrà presentarsi alle prossime presidenziali come autentico rappresentante di quel popolo Maga che ripudia le guerre senza fine, vuole un'America fuori dai pantani mediorientali e sogna un dorato isolazionismo. Mohammed Bagher Baligaf deve invece regalare una pace onorevole a quella nuova dirigenza dei pasdaran che ha rifiutato fino all'ultimo il cessate il fuoco. Una dirigenza costretta - presto o tardi - ad ammettere la morte o lo status di "martire vivente" di Mojtaba Khamenei e accettare la proclamazione di una Guida Suprema in carne ed ossa. Ma sia Vance sia Galibaf incarnano anche il ruolo di potenziali capri espiatori. Donald Trump di certo non si farà problemi ad addossare al vice presidente - colpevole di non condividere le sue scelte belliche sottraendogli i favori del popolo Maga - tutte le responsabilità di accordo insufficiente. Responsabilità che Jared Kushner e Steve Witkoff - i due negoziatori per eccellenza retrocessi stavolta al ruolo di guardaspalle - saranno ben felici di rimproverargli. Mohammed Bagher Baligaf l'"eterno candidato" che per quattro volte ha tentato inutilmente di farsi eleggere presidente - ed è stato al centro di scandali e casi di corruzione da sindaco di Teheran - potrebbe venir messo da parte ancor più facilmente. O anche venir accusato di doppiogiochismo visti i sospetti sollevati cercando di accreditarsi in patria e all'estero come un possibile successore di Alì Khamenei.

Proprio per questo i due portabandiera del negoziato dovranno muoversi con estrema prudenza. "Credo che i negoziati saranno positivi - ha detto ai giornalisti il vicepresidente ostentando ottimismo - se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede e a tendere una mano, è un conto. Se cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile. Il Presidente ci ha fornito delle linee guida piuttosto chiare". Ma parlare di chiarezza quando di mezzo c'è The Donald non è esattamente facile. Ieri ancor prima dell'avvio dei negoziati ha già dato l'altolà ai pedaggi iraniani a Hormuz. "È meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo - ha scritto su Truth il social di sua proprietà - è meglio che smettano subito!". E subito dopo ha annunciato assai cripticamente "il più grande reset del mondo". Un'espressione che potrebbe alludere al ribaltamento dei punti più controversi di quel decalogo per cessate il fuoco scritto dagli iraniani e mediato dai pakistani, ma accettato a scatola chiusa dalla Casa Bianca.

Un decalogo che autorizza l'Iran a taglieggiare le navi in transito da Hormuz, gli permette di riprendere la corsa al nucleare e gli concede la fine di tutte le sanzioni. Oltre estendere ad Israele l'obbligo di mettere fine alle ostilità in Libano e Siria. Punti delicatissimi su cui trovare un compromesso o un punto d'incontro sarà come camminare sulla fune. In un circo senza più rete.

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