È giallo sui Bond Rai per salvare gli stipendi d'oro

La denuncia di Pd e Lega: emettono obbligazioni per poter aggirare il tetto di 240mila euro

È giallo sui Bond Rai per salvare gli stipendi d'oro

Roma - Arriva il via libera del Cda Rai all'emissione di obbligazioni riservata a investitori istituzionali. E la decisione - all'unanimità - dell'organo di governo dell'azienda alimenta le polemiche sulla possibilità che quei Bond siano uno stratagemma per aggirare il tetto «renziano» di 240mila euro imposto agli stipendi dei manager pubblici. Quel limite, infatti, non varrebbe per le società che «emettono titoli negoziati su mercati regolamentati», come sarà la Rai una volta completata l'operazione del Bond da 350 milioni di euro, che potrebbe insomma rivelarsi una semplice furbata.

A sollevare la questione, mercoledì, era stato il segretario della Commissione di vigilanza Rai, il parlamentare del Partito democratico Michele Anzaldi, chiedendo lumi al Mef, che almeno fino a ieri sera non aveva però sciolto i dubbi del dem. Così, mentre in viale Mazzini difendono il varo dell'operazione, sostenendo che, tra l'altro, dovrebbe garantire una consistente riduzione - fino alla metà - degli esborsi per oneri finanziari (attualmente la Rai paga 15 milioni di euro l'anno) e una ottimizzazione del profilo di liquidità del gruppo, Anzaldi ha rincarato la dose. Plaudendo all'operazione dal punto di vista finanziario, ma attaccando: «È scandaloso e di cattivo gusto in questo momento molto difficile per il Paese che la Rai non abbia trovato un minuto per rassicurare gli italiani, precisando che il tetto agli stipendi dei dirigenti non sarà aggirato. Il silenzio mi fa temere che la nostra preoccupazione sia fondata». E alle polemiche si unisce la Lega. Il deputato del Carroccio Davide Caparini chiede alla Consob di «fare chiarezza», definendo «sospetta» la «rincorsa delle società pubbliche all'emissione di obbligazioni». Il dubbio dell'esponente leghista è che il bond targato Rai sia «l'ennesima mossa da furbetti per certi supermanager di Stato strapagati, che vogliono rimanere ancorati a vecchi e anacronistici privilegi, mentre si taglia ed è in bilico il destino di molte redazioni locali».

Le perplessità sull'operazione sono l'effetto delle norme che disciplinano il settore. Già a marzo 2014, una nota del Mef che precedeva l'entrata in vigore dei tetti agli stipendi dei manager ricordava che i limiti non riguardavano Enel, Eni, Finmeccanica, Ferrovie, Cdp e Poste italiane. Le prime tre perché quotate in borsa, le altre perché «emittenti di titoli negoziati sui mercati regolamentati» e dunque escluse dai tetti. Una condizione in cui si verrebbe a trovare anche la tv di Stato con l'emissione del maxibond.

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