Dodici anni di carcere, inflitti ieri per il crollo del Ponte Morandi. Che vanno ad aggiungersi ai sei anni che Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Aspi, Autostrade per l'Italia, si è visto rifilare per un'altra tragedia, la strage del 2013 sul viadotto di Acqualonga, con un pullman che sfonda un guard rail usurato. Totale, diciotto anni di carcere: la pena più alta mai inflitta al top manager di una azienda per reati avvenuti a lunga distanza dalla sua posizione di comando diretto.
Ma nel processo per il Ponte Morandi emerge una anomalia di difficile spiegazione, che riguarda proprio il ruolo di Castellucci. Sulla sua colpevolezza, nella requisitoria del pubblico ministero, ha pesato molto l'atto d'accusa lanciato durante le indagini e confermato in aula da Gianni Mion, consigliere d'amministrazione di Aspi.
Mion non è mai stato imputato per il crollo del Morandi, anche se in aula ha detto di sentirsi in colpa, perché aveva colto le criticità del ponte. "Non ho fatto nulla, ed è il mio grande rammarico. Ero terrorizzato. Temevo di perdere il posto di lavoro". Poi ha puntato il dito su Castellucci, sui suoi metodi. È Mion a dare dell'amministratore delegato una definizione che gli si attacca addosso: "forsennato accentratore". Per la Procura è la pistola fumante, la prova regina: come poteva un "forsennato accentratore" come Castellucci non rendersi conto dello stato di degrado del viadotto sul Polcevera?
Il problema è che Mion quelle dichiarazioni se le è rimangiate. In un altro processo per altri crolli - senza conseguenze drammatiche - l'ex consigliere di Aspi ha ritrattato quasi per intero la testimonianza che ha reso nel processo per il Ponte Morandi. Inutilmente la difesa di Castellucci, nell'udienza del 30 giugno scorso, ha cercato di fare entrare le nuove dichiarazioni di Mion.
I giudici che ieri condannano Castellucci a dodici anni non hanno potuto leggerle. Ma quelle dichiarazioni esistono. È interessante confrontarle con le prime, che invece i giudici hanno potuto leggere, e che hanno pesato sul destino dell'imputato principale: "Per me non era pensabile che l'ingegner Castellucci non sapesse quello che succedeva", aveva detto Mion parlando del disastro di Acqualonga, "per me è molto difficile pensare che lui non fosse informato". Per descrivere il modus operandi da accentratore di Castellucci il testimone cita esempi che vengono da tutt'altro scenario, gli Aeroporti di Roma, diretti per un periodo dallo stesso manager: dove "lui ha fatto anche il protocollo per la pulitura delle finestre, il protocollo per togliere la gomma da masticare dai pavimenti". Al di sotto di Castellucci, dice Mion in un'intercettazione e conferma in aula, c'erano "pupazzi che potevano manovrare loro".
Però quando il 14 maggio scorso viene risentito in aula nel processo "Morandi 2" Mion racconta cose diverse: "L'ho detto in quel momento lì, la sensazione che fossero pupazzi non l'ho mai avuta, era gente preparata...mi dispiace moltissimo di averlo detto". Sparisce anche la figura dell'accentratore forsennato, Castellucci "sicuramente delegava anche". "D'altronde non delegare sarebbe stato impossibile, non so quanti miliardi di chilometri ci sono".
Quelle sugli aeroporti di Roma Mion le definisce "leggende".E risalta fuori anche la strana storia degli incontri a tu per tu, durante le indagini preliminari, tra Mion e il procuratore dell'epoca di Genova, Francesco Cozzi: tre incontri, di cui non esiste il verbale.
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