In Italia ci sono quasi 9.700 magistrati. Alla stragrandissima maggioranza non capita mai, in una intera vita di lavoro, di rivolgersi alla Corte Costituzionale per chiedere di dichiarare illegittima una legge: proprio perché si tratta di un rimedio eccezionale, quando il giudice si convince che il Parlamento che l'ha varata e il capo dello Stato che l'ha controfirmata sono andati contro i principi della Costituzione.
E poi c'è il giudice Attinà. Leggendo una per una le 156 sentenze emesse in due anni dalla Consulta su ricorso della magistratura ordinaria, ci si imbatte in un dato straordinario: delle 156 pronunce, ventuno nascono da ricorsi firmati dallo stesso magistrato. Lui, Franco Attinà (foto piccola), giudice in servizio al tribunale di Firenze, esponente di spicco di Magistratura democratica, la corrente delle toghe rosse: un volantino ce lo mostra sorridente, "abbiamo scelto di essere magistrati per essere soggetti soltanto alla Costituzione e alla legge, non per diventare ossequienti a qualche altro potere". Un manifesto programmatico che Attinà ha declinato sommergendo la Corte Costituzionale di ricorsi, chiedendo di cancellare questa o quella legge. Non gli è andata benissimo. Su ventuno volte, ha portato a casa solo due successi (parziali, oltretutto). Ma non molla. E continua a bussare alla porta della Consulta. A risultargli indigeste sono quasi sempre leggi varate dal centrodestra: da quelle sull'immigrazione ai decreti sicurezza. Quando non sa bene a quale articolo della Costituzione appellarsi, dice che la legge viola i principi di uguaglianza e ragionevolezza. Ma quasi sempre, come si è visto, va a sbattere. A volte i suoi ricorsi vengono dichiarati infondati, altre volte inammissibili. Ma il dottor Attinà non molla. Nel maggio 2023 chiede che venga dichiarata incostituzionale la norma che non gli permette dare le attenuanti a un funzionario del fisco troppo curiosone: respinto. A novembre dello stesso anno ci riprova, dicendo che sarebbe illegittimo espellere un ladro straniero recidivo: respinto ancora. E avanti così: dal patrocinio a spese dello Stato alle attenuanti, all'ingresso illegale, alle occupazioni abusive, non c'è un diritto delle fasce deboli o presunte tali che non venga impugnato dal giudice fiorentino davanti alla Corte Costituzionale. Chiede di poter essere indulgente con un detenuto che ha incendiato la cella, persino con un tale che ha sfoderato un coltello al bar davanti a una donna. A volte si avventura su terreni complicati: quando si trova a giudicare un padre che frustava la figlia, sostiene che è illegittima la norma che ha costretto la ragazza a testimoniare, se la Consulta gli desse ragione, le dichiarazioni della ragazza diventerebbero inutilizzabili. Ma perde anche stavolta. E perde anche quando chiede alla Corte di dichiarare illegittima la norma che punisce le occupazioni abusive: sostenendo che lasciare abbandonati gli stabili appare "irrispettoso della prevista funzione sociale della proprietà privata, ove si consideri la persistente emergenza abitativa che connota la realtà italiana" e della "carenza di soluzioni abitative dignitose per le fasce meno abbienti della popolazione".
Il rischio che il modello Attinà porti a intasare di ricorsi la Consulta non ha dissuaso Magistratura Democratica a
chiamare proprio lui come relatore a un convegno sulle "questioni di legittimità costituzionale". Moderatrice, il giudice Angela Fantechi, anche lei di Md: e anche lei autore di un ricorso (respinto) alla Corte Costituzionale.