Giusto inserire criteri stretti nei concorsi

Come spesso si dice, è davvero facile "buttarla in politica". In troppe circostanze, infatti, sembra pagante adottare una posizione pretestuosa per meri interessi di bottega

Giusto inserire criteri stretti nei concorsi

Come spesso si dice, è davvero facile «buttarla in politica». In troppe circostanze, infatti, sembra pagante adottare una posizione pretestuosa per meri interessi di bottega. È questa la sensazione di fronte alle polemiche che esponenti del movimento Cinquestelle e di Sinistra italiana hanno scatenato per un concorso pubblico indetto dal ministro Renato Brunetta, modificato in corso d'opera dato che gli alti requisiti richiesti avevano consentito un numero inadeguato di candidature, poiché due su tre degli iscritti non si sono presentati alle prove. In sostanza, dovendo trovare nelle regioni meridionali 2.800 tecnici per 36 mesi - per gestire i fondi di coesione territoriale - il ministro aveva introdotto una preselezione basata sui titoli di studio e sulle esperienze professionali, in modo da assumere candidati altamente qualificati. E ora molti a sinistra esprimono soddisfazione per la riammissione dei 70mila candidati precedentemente esclusi: anche se, ovviamente, i titoli peseranno egualmente nella scelta finale. In tutta onestà, l'intera discussione è davvero sul nulla. Quando si stabiliscono criteri di ammissibilità a un concorso non è possibile prevedere con esattezza quanti potranno essere i candidati. Questo è vero in generale, ma ancor più in regioni come quelle del Sud, dove la logica del reddito di cittadinanza ed emergenza sta causando ulteriori gravi danni al tessuto sociale, spingendo molti senza lavoro a non partecipare alla selezione (tanto più che si tratta di un posto a tempo determinato e non dell'agognato «posto fisso»). A ogni modo, se i candidati sono pochi è sempre possibile modificare il bando, come s'è fatto. Va pure aggiunto che esigenti criteri di ammissibilità alle prove servono a tutelare la cittadinanza, che ha tutto l'interesse ad avere buoni funzionari pubblici, e favoriscono una minore discrezionalità nelle scelte.

Per giunta, chi conosce la storia italiana del dopoguerra in tema di concorsi pubblici e ha presente come gli studi dei parlamentari nei loro territori hanno lungamente funzionato da uffici di collocamento «informali» può oggi immaginare perché molti politici reagiscano in maniera negativa di fronte ai rigidi parametri fissati dal ministero. Un pregio dei criteri «oggettivi» (titoli di studio e anni di lavoro) è che vincolano le decisioni degli esaminatori e rendono più difficili i favoritismi. Un tema, questo, davvero non di poco conto.

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