Il dolore della mamma di Seid zittisce i buonisti

La donna intervistata in tv smentisce il movente razzista: "Rassegnatevi, datevi pace. La triste fine di Seid non è dovuta a quello che state scrivendo"

Il dolore della mamma di Seid zittisce i buonisti

Fermatevi. Fermatevi. Fermatevi. Riponete i calamai, le penne, i pennelli. Chiudete i computer, smettetela di sbattere le dita sulla tastiera. E riflettete. Ascoltate per due minuti le parole della mamma di Seid Vesin, la giovane promessa della Milan morta suicida pochi giorni fa. Staccatevi dal vostro dipinto in cui rappresentate l'Italia xenofoba e fatevi martellare dal grido di quella donna, sfinita per le bugie createsi attorno al gesto estremo dell'amato figlio adottivo: “Chiudete, chiudete, rassegnatevi, datevi pace. La triste fine di Seid non è dovuta a quello che state scrivendo. Assolutamente no”.

L'urlo è rivolto alle telecamere, ma guarda negli occhi i sapienti scrittori vip capaci di vedere discriminazioni anche dove non ce ne sono. È un appello tragico, inatteso, tutto sommato non scontato. Chi avrebbe mai potuto biasimare i genitori se avessero voluto collegare il suicidio a quella lettera del 2019? O se avessero voluto cavalcare l'indignazione dei predicatori della segregazione? Nessuno. L’avremmo compreso. Certo quello “sfogo” provocato dal “clima che si respirava in Italia” era vero, sincero, fonte di riflessione se vogliamo. Ma estraneo al suo suicidio. L’ha detto il papà (“mio figlio non si è ammazzato perché vittima di razzismo”), l’ha ripetuto ieri la mamma: il disagio è iniziato durante il lockdown, forse per colpa delle chiusure. Non perché discriminato. Ma in fondo chi lo sa? Chi può capire il mal di vivere di un suicida, soprattutto così giovane? Chi può capire le ombre che si saranno ammassate nella sua mente? “Seid ha iniziato a vivere un disagio nel momento in cui ha ricordato il suo passato, che cos'è la vita in Etiopia e in Africa, da cosa si scappa. Quel suo passato è diventato un’ossessione, si è ingigantito nella sua mente ogni giorno”. Ed è “arrivato a un punto in cui non è riuscito più a gestirlo”. Fine.

Seid lottava contro le discriminazioni? Sì. Era un “paladino della giustizia"? Certo. Si era schierato a difesa delle adozioni delle coppie gay? Anche. Ma non vuol dire che tutto questo lo abbia portato a morire. Papà e mamma chiedono di smetterla con le “speculazioni”. Invitano tutti a rispettare le “questioni personali” che hanno condotto Seid nel buio più nero della morte. E invece alcuni continuano a battere imperterriti il chiodo delle discriminazioni. Lo ha fatto Michela Murgia, diverse ore dopo le smentite del babbo. Ed era solo l'ultima di una lunga lista. Il segretario del Pd, Enrico Letta, aveva chiesto “perdono” in due tweet troppo frettolosi per essere giustificati. Claudio Marchisio ci aveva già tutti marchiati come “un po’” schifosi ancor prima di conoscere i risvolti della vicenda. E Roberto Saviano aveva definito “pagliacci” gli “orgogliosi razzisti” Salvini e Meloni, in sostanza additati come “responsabili” del suicidio: “Farete i conti con la vostra coscienza”. Perché, perché, perché? Perché abbiamo bisogno ogni volta di trasformare in polemica anche fatti che dovrebbero restare nel dolore e nel ricordo di cari? Ascoltate quelle parole, cribbio: “Rassegnatevi, datevi pace. La triste fine di Seid non è dovuta a quello che state scrivendo”. Non vi basta? La morte non è dovuta al “razzismo sistemico” della Murgia. Non l'hanno provocata le politiche di Meloni e Salvini. Non sono il frutto di un Paese incapace di accogliere lo straniero. Ecco, allora facciamo così: i cantori della presunta segregazione analizzino l'intervista della donna. Ammettano l'errore. Magari facciano un passo indietro. E se possono, si vergognino un po’.