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Il grosso moralista con la faccia da poker e l'ambizione di provocare in ogni luogo

Il debutto nella politica che conta è nel 2007 sotto le insegne del Pd veltroniano. Ora dialoga con Vannacci e Casa Pound

Il grosso moralista con la faccia da poker e l'ambizione di provocare in ogni luogo

E ormai lo sappiamo, la coerenza è una virtù sopravvalutata, quello che conta è la presenza.

Infatti eccolo Adinolfi, con quel faccione un po' così nel 2007 al Lingotto sotto le insegne del Pd insieme a Prodi, Veltroni, Letta e Rosi Bindi: sarebbe una foto di gruppo, in realtà i volumi e l'atteggiamento guascone di Big Mario debordano e occupano l'intera scena.

Poi lo ritroviamo due anni fa mentre esce dalle acque caraibiche dell'Isola dei famosi in tutta la sua mole: secondo posto, sempre meglio degli zero voti raccattati quando si è candidato come sindaco di Ventotene.

Nel frattempo è passato da sinistra a destra, è diventato ultracattolico, ha fondato, lui divorziato, il Popolo della Famiglia, ha litigato in quasi tutte le trasmissioni tv in cui è apparso, si è presentato l'altro giorno al Gay Pride con una bandiera di Israele appiccandosi con manifestanti e polizia, e ultimamente ha flirtato con Casa Pound e il generale Vannacci.

A forza di stare ovunque, ora Adinolfi è agli arresti domiciliari.

Tanto. Troppo forse, come il suo peso, e non si tratta di fare facile body shaming ma di stare sul suo terreno.

È lui stesso a mettere sempre il corpo al centro, come quando ha sfidato gravità e logica partecipando al reality di Mediaset. "Non si è mai vista una persona di 200 chili prendere parte a una condizione estrema di sopravvivenza. Voglio dimostrare che si può rendere possibile l'impossibile".

Un azzardo da giocatore, del resto Mario Adinolfi con le carte e i bluff ci sa fare parecchio: nel 2009 e stato il primo italiano a sedersi al tavolo finale del World poker tour, sesto posto al Casinò di Venezia. "Nelle varie competizioni ho vinto più di 250 mila euro", ha raccontato una volta alla Zanzara.

C'è di tutto nella storia di Big Mario. Mille vite, una contraddizione continua: finirà che contesterà se stesso. Classe 1971, lo Zelig de noartri nasce giornalista e scrive per la stampa cattolica e dc. Avvenire, Europa, il Popolo, la Discussione, Radio Vaticana. Vince pure il premio Ilaria Alpi. Si sposa, divorzia dieci anni dopo, si risposa a Las Vegas, mette al mondo diversi figli. Inizia l'attività politica nella Democrazia Cristiana, poi al Ppi e al Pd, di cui diventa parlamentare e che lascia in aperto contrasto con il segretario Pierluigi Bersani. Svolta. Appoggia contemporaneamente Scelta Civica di Monti alla Camera e M5S al Senato.

Si candida a sindaco di Roma e prende la miseria di1500 voti. Fonda il Popolo della Famiglia, che alle elezioni non raggiunge l'uno per cento. Nel 2022 lancia Alternativa per l'Italia, insieme a Di Stefano ex vicepresidente di CasaPound. Provocazioni, radicalismo, la pretesa di essere il Charlie Kirk italiano. Risultati scarsi. A Ventotene, tanto per dire, non ha raccolto neanche una scheda. Nemmeno la sua.

In mezzo, tanto movimentismo e tanta confusione. Solo una settimana fa è sceso in piazza con l'immobiliarista e "influencer del degrado" Simone Carabella contro l'invasione islamica. Crocefissi, preghiere, allarmi: "O capiamo o moriamo, difendiamo la fede, la famiglia e l'Italia".

L'idea era quella di agganciare Vannacci. "Il generale ha il mio numero di telefono, quando vuole io sono a disposizione".

Qualche giorno prima il blitz al Gay Pride accompagnato da Francesca Pascale e una scorribanda tra i mini market dei cingalesi, a caccia di Shahadat Hossein, accusato della strage di Casalotti.

"Stanno impiantando un regime del terrore islamista. Andiamo casa per casa per scoprire dove si annida a Roma la mafia del Bangladesh".

Intanto, storie di soldi, di viaggi, di quadri. Lui si dice innocente, parla di complotti.

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