I blindati russi e l'ombra di Praga e Budapest

Carri armati, bombe e razzi, ecco il segno distintivo dell'armata rossa e poi russa.

I blindati russi e l'ombra di Praga e Budapest

Carri armati, bombe e razzi, ecco il segno distintivo dell'armata rossa e poi russa. Quel che sta accadendo nella martoriata Ucraina dove gli inermi, chi va a lavorare e accompagna i figli a scuola, le anziane donne disperate per la prospettiva della fame, sono immagini che credevamo di non dover vedere più. La seconda guerra mondiale in Russia, si chiama Grande Guerra Patriottica e non cominciò il 1 settembre del 1939 ma il 21 giugno del 1941 affinché passassero inosservati quasi due anni di alleanza con la Germania nazista. Da allora Unione Sovietica prima e Federazione Russa poi hanno inaugurato la pratica di salvare i paesi fratelli con generose trasfusioni di carri armati.

La prima fu nella Germania orientale nel 1953 quando il presidio sovietico si scatenò contro gli operai metallurgici in sciopero e proseguì tre anni dopo con l'invasione dell'Ungheria, quando studenti e operai scesero nelle strade, per la prima volta nella storia sotto l'occhio delle telecamere e quindi davanti ai cittadini del mondo, e noi li vedemmo cadere falciati mentre opponevano resistenza ai sovietici. Tra questi c'era anche il più prestigioso giornalista italiano, Indro Montanelli che seduto su un trespolo, la Olivetti sulle ginocchia, scriveva le sue corrispondenze di guerra. Montanelli aveva già scritto simili corrispondenze nel dicembre del 1939 in Finlandia quando Stalin decise di salvare i finlandesi con un buon carico di bombe. Lo stesso aveva fatto poco dopo con le Repubbliche baltiche oggi di nuovo minacciate. A Praga nell'agosto del 1968 la festosa Armata Rossa si presentò per soccorrere studenti e operai cecoslovacchi e salvarli dal segretario generale del partito comunista Dubcek, che aveva proposto un socialismo dal volto umano. I carri russi stazionarono ai confini della Polonia nel 1980 fin quando il generale Jaruzelski decise di farsi un colpo di Stato dall'interno e togliere ai russi il pretesto per invadere.

Nella notte di Natale del 1979 le armate russe entrarono fraternamente nell'Afghanistan e vi restarono per 10 anni prima di fuggirne sconfitte. L'Armata Rossa crollò insieme all'Unione sovietica e a Mosca si trovavano migliaia di bancarelle con cianfrusaglia militare per pochi dollari: cappelli, mostrine, medaglie, uniformi, stivali. Ma il ritorno di un uomo forte che si sperava fosse pacifico e razionale al Cremlino riportò in auge l'unica struttura che aveva resistito nel drammatico passaggio tra il comunismo e una embrionale democrazia sicché fu poi il sistema militare a riorganizzare la società. Ma ne derivarono subito interventi amichevoli con molte bombe: in Georgia, in Ossezia, infine in Crimea strappata agli ucraini e poi le ultime imprese di questi giorni tristi dal sapore amaro e antico. Una tradizione, anzi un vizio, che speravamo fosse estinto è tornato a provocare pianto, sorpresa, indignazione, disperazione. La storia purtroppo si ripete, e non sempre in forma di farsa.

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