"Non ho fretta, non voglio un accordo scadente. Quello che sto facendo, lo sto facendo per il mondo. L'Iran non può avere un'arma nucleare". Mentre Donald Trump parlava mercoledì con i giornalisti, al termine della riunione di gabinetto alla Casa Bianca, l'accordo sul Memorandum d'intesa con Teheran era di fatto raggiunto già dal giorno prima. L'attendismo del presidente confermava lo scoop con cui Axios ha annunciato ieri la fine dello stallo tra Washington e Teheran: "L'accordo è stato raggiunto martedì, manca solo il via libera di Trump".
I dubbi del tycoon riflettono i termini dell'intesa che dovrebbe mettere fine alla guerra - la "schermaglia", l'ha definita in alcuni momenti Trump, per ridimensionare la crisi globale innescata dal conflitto. In sintesi: un'estensione di 60 giorni del cessate il fuoco, durante la quale lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto, l'Iran potrebbe vendere liberamente il proprio petrolio e si terrebbero negoziati per limitare il programma nucleare di Teheran. Se da un lato ci sarebbe il sollievo sui mercati energetici globali - e su quello americano, dove la benzina sta per superare la soglia media dei 5 dollari al gallone - dall'altro rimangono le incognite sul nucleare.
Trump teme lo "spettro di Obama". Ci vollero all'epoca due anni di negoziati intensi per costringere Teheran a firmare nel 2015 il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), un accordo che di fatto rimandava il problema, senza risolverlo definitivamente (e senza affrontare la questione del programma missilistico iraniano e delle varie milizie alleate nella regione). "Il peggiore accordo mai negoziato", ha ripetuto in questi mesi il tycoon che, nel 2018, durante il suo primo mandato, si affrettò a stracciare quel testo. "Deve essere un accordo perfetto", ha ribadito mercoledì. Ed è probabilmente la percezione di questa mancanza di "perfezione" che nei giorni scorsi ha spinto Trump a tentare di forzare la mano agli alleati arabi e musulmani per legare l'accordo alla firma degli Accordi di Abramo con Israele. Questo sì, in assenza di certezze sul disarmo nucleare dell'Iran, garantirebbe a Trump un posto nella Storia e blinderebbe la sua "legacy" di presidente che ha cambiato il volto del Medioriente. Oltre ad essere un incentivo per Israele, le cui reazioni agli annunci di queste ore rimangono caute.
La fuga di notizie di ieri è un altro sintomo della mancanza di certezze che aleggia su questa possibile intesa. Forse un tentativo della Casa Bianca di testare le reazioni dell'opinione pubblica (e dei mercati); forse un'accelerazione da parte di quella fazione della Casa Bianca che vuole mettere rapidamente fine al conflitto per rimettere in moto un'agenda politica che si è bloccata nelle acque del Golfo Persico.
Trump, quindi, prende tempo e non è un caso che nella riunione di mercoledì con i suoi ministri abbia preferito parlare più dei progetti di rinnovamento che ha in mente per i monumenti di Washington, che della guerra e di una possibile pace che, alcuni commentatori già definiscono "fredda".