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I rapporti nel Golfo e il bivio di Donald

La spinta araba per la pace e quella di Bibi a finire il lavoro

I rapporti nel Golfo e il bivio di Donald
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Cos'ha in mente The Donald? Intende veramente trovare una via d'uscita pacifica al conflitto con l'Iran e dribblare una ripresa della guerra capace d'infliggere il colpo di grazia alla sua popolarità? E pur di riuscirci è pronto a mettere il negoziato con l'Iran nelle mani di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar? O sta semplicemente fingendo in attesa di lanciare, come a fine febbraio, un nuovo attacco concordato con l'alleato Benjamin Netanyahu? A sentir lui i piani del nuovo intervento bellico erano già pronti, ma sono stati sospesi all'ultimo momento su richiesta di sauditi, qatarioti ed emiratini. "Ci stavamo preparando ad un nuovo considerevole attacco ma l'abbiamo messo in attesa per un po', magari per sempre", ha detto Trump spiegando che l'ennesimo rinvio sarebbe arrivato in seguito alle richieste indirizzategli dai leader di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi.

I tre alleati arabi, preoccupati per le rappresaglie iraniane contro le proprie infrastrutture, avrebbero pregato la Casa Bianca di passare a loro la responsabilità di trovare un'intesa con l'Iran. E la risposta non si è fatta attendere. "Se riuscissimo a farlo senza bombardarli - ha detto il Presidente - sarei veramente felice". Anche perché in questo momento, stando ai sondaggi, Trump non sembra avere opzioni migliori. Secondo il New York Times il 64 per cento degli elettori considera un madornale errore la decisione di scendere in guerra con l'Iran. E questo mentre un'altra maggioranza dei votanti si dichiara contrariata per i problemi economici causati dal conflitto. Ci sono però delle condizioni a cui Trump non può rinunciare. Anche perché rappresentano le ragioni di fondo con cui ha giustificato, fin qui, l'intervento americano. Su questa base non può accettare accordi che non prevedano la rinuncia a qualsiasi forma di attività nucleare per i prossimi 20 anni e la consegna dell'uranio arricchito al 60 per cento ancora nelle mani della dirigenza di Teheran. Ma oltre al nucleare c'è da sciogliere il nodo di Hormuz essenziale, tra l'altro, per la sopravvivenza economica di Emirati, Arabia Saudita e Qatar.

Due nodi apparentemente insolubili visto che gli iraniani continuano a mettere sul tavolo condizioni di pace impossibili. Le ultime, illustrate dal viceministro degli Esteri iraniano, prevedono la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei fondi congelati, la fine del blocco marittimo, la chiusura della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, il ritiro Usa dal Medioriente e il rimborso dei danni di guerra. Condizioni assurde per un paese che ha subito oltre 13mila raid aerei e s'è visto affondare tutte le proprie navi. Ma ovviamente quanto resta della Repubblica Islamica sa di poter contare sulla resilienza garantitagli dal silenzio di un'opinione pubblica terrorizzata o asservita.

Una condizione ben diversa da quella degli alleati arabi pronti a tutto pur di garantirsi il ritorno al benessere economico. Schiacciato tra la resilienza iraniana e la disponibilità araba Trump rischia alla fine di non aver altra scelta che tentare l'estrema opzione bellica. Per la gioia dell'alleato Netanyahu.

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