E scomunica fu, nei modi e nei tempi di 38 anni fa. Ma 1988 la preoccupazione pastorale di Giovanni Paolo II dopo lo scisma di Lefebvre lo portò a reagire immediatamente con il motu proprio Ecclesia Dei allo scopo di aprire le porte della Chiesa a "tutti quei fedeli cattolici, che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina". Il Papa polacco volle "facilitare la loro comunione ecclesiale, mediante le misure necessarie per garantire il rispetto delle loro giuste aspirazioni". Nacque così la commissione Ecclesia Dei per traghettare chierici e fedeli in uscita dalla Fraternità di Lefebvre nella piena comunione con il Papa grazie alla possibilità di "conservare le loro tradizioni spirituali e liturgiche".
Wojtyla chiese alla Curia e ai vescovi "un'ampia e generosa applicazione" delle direttive che concedevano di celebrare secondo il messale romano del 1962, l'ultimo del rito antico. Grazie all'intuizione di Giovanni PCaolo II nella Chiesa, in piena fedeltà col Papa, hanno trovato piena cittadinanza comunità come l'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote, la Fraternità San Pietro e l'Istituto del Buon Pastore. I loro appartenenti hanno continuato a celebrare la cosiddetta messa in latino, ma non in disunione con Roma. Queste realtà accettano pienamente il magistero del Concilio Vaticano II e si sottomettono alla giurisdizione dei vescovi diocesani. Se in una fase iniziale sono servite ad accogliere gli ex lefebvriani che non volevano rimanere nello scisma dopo le consacrazioni del 1988, poi queste società religiose hanno saputo camminare con le loro gambe.
La promulgazione del Summorum Pontificum di Benedetto XVI nel 2007 ha liberalizzato la messa tridentina consentendo alle comunità tradizionaliste in comunione con Roma di prosperare e fare in qualche modo "concorrenza" ai lefebvriani. Le restrizioni alla liturgia antica iniziate con il motu proprio Traditionis custodes nel 2021 hanno reso la vita più difficile ai tradizionalisti nella Chiesa e indirettamente hanno avvantaggiato la Fraternità San Pio X in una fase di grande crescita della sensibilità liturgica tradizionale nel mondo. Queste comunità hanno in ogni caso mantenuto la loro fedeltà a Roma e obbedito alle limitazioni.
Lo scisma e le scomuniche ora dovrebbero porre il problema dell'accoglienza dei lefebvriani in uscita, così come accadde 38 anni fa. Non c'è dubbio che le realtà tradizionaliste interne potrebbero essere le principali alleate per dare concretezza a quanto ha scritto ieri il cardinal Tucho Fernandez nel decreto di scomunica: "La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione". Per questo a molti nella Chiesa sembra arrivato il momento di abrogare i divieti sulla cosiddetta messa in latino e incoraggiare clero e fedeli della Fraternità disorientati per la scomunica a tornare in comunione con il Papa. Lo scoglio principale è far comprendere quest'esigenza pastorale a quei vescovi diocesani che non rendono vita facile agli istituti tradizionalisti.
Tra loro c'è chi associa erroneamente la liturgia antica alle contestazioni dottrinali dei lefebvriani. A quanto ci risulta, in Francia ci sarebbero già vescovi tentati di limitare le messe in latino nelle loro diocesi con la scusa dello scisma appena consumato. Un nuovo assist ai lefebvriani.