Immuni, il grande caos. "Alert" fermi nelle Asl

Diciamo la verità: scaricare Immuni è un dovere. Avere un'app che permette di controllare il contagio è un'arma eccezionale

Diciamo la verità: scaricare Immuni è un dovere. Avere un'app che permette di controllare il contagio è un'arma eccezionale. Ed anche le polemiche sulla privacy sono ormai passate. Immuni adesso è sicura ed è pronta. Peccato che non lo sia il Paese. E soprattutto non siano pronte quelle strutture che dovrebbero controllare i codici generati dall'app per avvisare chi è stato in contatto con una persona positiva di fare il tampone di controllo. Non lo sono in molte regioni d'Italia, e questa è la notizia clamorosa. Ed anche un po' vergognosa.

Riassunto delle puntate precedenti: ieri Bending Spoon, la società che ha approntato l'app di tracciamento sulla piattaforma preparata da Aplle e Google, ha fatto sapere di aver finito il suo lavoro. Successivamente il ministro dell'Innovazione Paola Pisano ha gonfiato il petto durante un question time alla Camera: «Attualmente in Italia l'app è stata oggetto di circa 8 milioni e 600.000 download. Dal principio di ottobre questi sono stati 1.967.000. Dal 1 giugno i casi di potenziali focolai individuati e contenuti risultano 16. Le notifiche di esposizione registrate dal 13 luglio ammontano a 10.060 con netto incremento, purtroppo, nell'ultimo mese». Il ministro non dice quanti, dopo averla scaricata, poi la cancellano (perché succede anche questo). Ma è certo, visti i numeri, che la gente ha paura. E solo così, in Italia, si arriva a fare quello che si deve. Solo che c'è un virus ancor più forte che in Italia non teme vaccino: l'impreparazione.

Regione Veneto: un signore di Padova riceve dal proprio telefono l'alert che lo avvisa di essere stato in contatto con un positivo al Covid. Il dato è certo, visto che Immuni lancia il messaggio solo se la vicinanza si protrae per oltre un quarto d'ora. Il nostro amico (visto il suo comportamento possiamo definirlo così) ha immediatamente attivato la procedura prevista in questi casi. Ha chiesto di fare il tampone, ha ricevuto a sua volta la certezza della positività, ha avvisato amici e parenti e si è chiuso in casa per la quarantena. Mancava un pezzo, ovvero chiamare l'Ulss di competenza per condividere i dati dell'app, la vera arma di Immuni. Il suo codice insomma sarebbe servito per continuare la catena di prevenzione. Solo che la risposta dell'operatore dell'azienda ospedaliera ha spezzato l'incanto: «Al momento in Veneto non c'è una procedura per utilizzare il codice dell'app». Punto.

La verità arriva così, candidamente. Sono mesi che Immuni è ormai è partita ma ci sono zone d'Italia dove ancora il meccanismo non ha fatto girare un ingranaggio. La Regione è subito corsa ai ripari e ha fatto sapere che nei prossimi giorni «la piattaforma informatica che mette in relazione i soggetti positivi con gli eventuali contatti sarà pronta». Cose che in questi casi succedono sempre dopo. Ma di certo non è solo il Veneto ad avere questo problema. Diverse testimonianze hanno fatto venire a galla il fallimento della procedura in diverse parti d'Italia, con attese infinite ai centralini, addetti che sanno poco o niente, codici che non vengono trasmessi al server centrale perché non c'è modo di farlo. Per carità ci sono anche storie positive e casi che si sono risolti come ha detto il ministro Pisano. Ma ce ne sono tanti altri, come quello di una pensionata di Ancona, che raccontano giorni di attesa in attesa di essere contattati e di autoconfinamenti in casa senza sapere se davvero sia necessario farlo: «La segnalazione si è persa nei meandri delle email - ha detto al Resto del Carlino - o non è stata proprio presa in considerazione? Qual è il protocollo in questa situazione? Quale integrazione tra il medico di medicina generale e l'azienda sanitaria. Ora capisco la riluttanza a scaricare l'app». Non si dovrebbe essere riluttanti e ripetiamolo tutti, ma certi virus italici ti fan passare la voglia.

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