"Innocente", ma lo condanna

Il giudice di Cassazione riconosce l'errore. Troppo tardi

"Innocente", ma lo condanna

Nessun ripensamento: la condanna è definitiva. Sette anni e mezzo di carcere. Giovanni deve andare in cella anche se, caso senza precedenti, è il giudice della Cassazione che ha messo il sigillo sulla sua colpevolezza a riconoscere l'innocenza dell'imputato. Sì, proprio così. Un cortocircuito perfetto e sconcertante. Giovanni è stato giudicato responsabile di un reato odioso e sconvolgente come la violenza sessuale. Dunque è stato punito, ma probabilmente non se lo meritava. Un paradosso che stride e che l'altra sera è arrivato alla più inquietante conclusione: il caso è chiuso, respinto l'ultimo disperato ricorso presentato da un principe del foro come Angelo Giarda. E ora l'imprenditore, schermato dietro un nome di fantasia per proteggere la figlia, scava l'ultima trincea: «Sono innocente, non ho abusato della mia bambina, non sono un mostro, sono una persona normale che ha avuto la vita distrutta. Per questo non mi arrendo, mi dispiace - spiega al Giornale - ma almeno per ora non ho alcuna intenzione di consegnarmi alla giustizia. Devo difendermi e lo farò in tutti i modi possibili».

Dall'altra parte della barricata l'avvocato Massimo Schirò, che tutela l'ex moglie e la figlioletta, parla invece di un verdetto «solidissimo» e di prove «oltre ogni ragionevole dubbio». Una storia penosa e controversa, come capita quando le violenze vengono denunciate fra le mura di casa. Dopo l'esplosione di famiglie, andate in pezzi fra rancori e risentimenti. Giovanni avrebbe commesso le atrocità come parentesi dentro un'esistenza altrimenti ordinaria, segnata da risultati lusinghieri nel campo della ristorazione. Un rebus dal punto di vista antropologico, anche se da sempre la materia è incandescente e oggetto di scontri. E però qui c'è un fuoriprogramma davvero sbalorditivo: il 14 ottobre, quando la Cassazione ha già reso la condanna irrevocabile ma deve ancora pronunciarsi sull'entità della pena in un rimpallo senza fine, ecco che Vittorio Vezzetti, pediatra di fama e consulente di Giovanni, denuncia a un convegno le storture della storia. Sorpresa: in sala c'è Claudia Squassoni, presidente del collegio che ha affondato Giovanni. E Squassoni non solo non si sottrae alle critiche sulla vicenda, ma in qualche modo conferma i ragionamenti di Vezzetti. «Se nel ricorso in Cassazione - è la frase choc del magistrato - fossero state fatte le eccezioni che ha fatto il dottore, naturalmente avrebbero avuto un risultato diverso». E ancora: «Ero il presidente... Tutto quello che ha detto il dottore è esattissimo, ma voi dovete tenere conto dei limiti di cognizione della Cassazione». Che non è giudice di merito, ma deve solo esaminare i profili procedurali e la coerenza del percorso seguito.

Una dissertazione tecnica che certifica una verità a due facce: la condanna ci sta tutta, ma l'imputato è innocente. «Il processo - rilancia Vezzetti in coda a quello scambio singolare di battute - è nato male in primo e secondo grado». Manca solo il secondo round in Cassazione, ma è una formalità o poco più. Angelo Giarda e il figlio Fabio giocano le ultime carte, ma la Suprema corte conferma. Game over. Per la controparte invece giustizia finalmente è fatta.

Giovanni è già via. Lontano dalla sua casa in una cittadina del Nord: «Sono all'estero e mi batterò finché potrò per far valere i miei diritti. Per questo non intendo tornare in Italia».

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