Intelligence, armi e tagli. La polizia è ancora inerme

Poca sinergia con l'estero, banche dati off-limits. E neppure un software per indagini telematiche

Intelligence, armi e tagli. La polizia è ancora inerme

Si fa presto a dire «inchieste» quando si parla di lotta al terrorismo islamico in Italia. Ma quando si parla di «indagini telematiche» e di dark web (la navigazione online in anonimato), in che cosa si concretizza il lavoro - per molti versi estenuante e malpagato - delle persone che si occupano della nostra sicurezza ora che i «cattivi» non si chiamano più Brigate Rosse ma Isis o Califfato? E quanto davvero abbiamo deciso di investire in questo campo?

Innanzitutto va detto che numericamente gli operatori che lavorano per l'Antiterrorismo - siano essi appartenenti alla Digos della polizia di Stato, al Ros dei carabinieri o uomini della Guardia di finanza - sono ancora troppo pochi: per fronteggiare le molteplici sfaccettature di ciò che rappresenta oggi il terrorismo islamico dovrebbero essere almeno il doppio.

E poi lo scambio informativo tra forze di polizia europee non è poi così scontato. Gli investigatori di casa nostra danno parecchio e anche gratuitamente. alle polizie estere, mentre gli altri fanno molte resistenze. Ci sono polizie europee - in primis quelle dei paesi francofoni, anche dopo i vari attentati subiti - che spesso accampano la scusa delle necessità di utilizzare lo strumento delle rogatorie (il cui iter, ancora troppo lento, e con alcuni paesi addirittura imbarazzante a livello di tempistiche) per non condividere le informazioni, presupposto questo fondamentale per essere efficaci nella guerra internazionale al terrorismo. Anche la procedura per attivare squadre miste per indagini transnazionali non è così snella come, in periodi critici come quelli che viviamo, dovrebbe essere.

In Italia il livello di condivisione tra le varie forze di polizia, così come la sinergia con i magistrati, è ottima. Tuttavia anche qui ci sono enormi problematiche. Quel che non va è ad esempio l'utilizzo delle banche dati. Non sono unificate a livello europeo e si cerca di sopperire a questa mancanza con i Centri di cooperazione di polizia e dogane (Ccpd): ce n'è uno a Tarvisio per i rapporti Italia-Austria-Slovenia, un altro a Ponte Chiasso per quelli con la Svizzera, uno a Ventimiglia e uno a Modane per i rapporti Italia-Francia. Tuttavia questi Centri non hanno la competenza in materia di terrorismo.

Anche in materia di accesso alle banche dati le cose potrebbero andare molto meglio. In particolare riguardo a quelle degli alberghi e delle strutture ricettive, aggiornate in tempo reale dagli esercenti che inseriscono le generalità dei propri clienti. Questi «serbatoi di dati» rivestono un'importanza fondamentale per sapere chi si trova sul territorio in qualsiasi momento: immaginate un ricercato che si registri in un hotel. Ebbene, se questa banca dati ai tempi del terrorismo rosso era accessibile a tutte le forze di polizia, oggi solo la Digos può accedervi. Inoltre, in un momento storico in cui il controllo dei flussi di denaro è fondamentale per contrastare i complessi meccanismi di finanziamento al terrorismo, sarebbe auspicabile dare la possibilità al personale della Digos e dei carabinieri di accedere alla consultazione delle banche dati tributarie in uso solo alla guardia di finanza e alla agenzia delle entrate.

Non parliamo poi delle famigerate indagini telematiche. La carenza dei software necessari negli uffici delle forze di polizia italiani che lavorano nella lotta contro il terrorismo è cronica, mentre nessuno al ministero dell'Interno si è mai fatto carico di investire seriamente nel settore. Non si comprende come mai, in questo particolare momento storico, le autorità governative nazionali non facciano la voce grossa con i provider internazionali (Google, Facebook, Viber, Instagram e altri social network) affinché collaborino pienamente con gli inquirenti italiani, come hanno auspicato anche alcuni magistrati milanesi. Eppure gli strumenti per costringere i colossi internazionali del web a collaborare ci sono: un Paese del Sudamerica, grazie a un provvedimento di un magistrato, ha impedito sull'intero territorio nazionale il funzionamento di un social network fin quando chi lo controllava non ha preso a collaborare nelle indagini con le autorità inquirenti.

Che dire poi degli interpreti utilizzati per le indagini antiterrorismo? Non solo sono sottopagati (7-8 euro l'ora con turni massacranti), ma la loro vita privata molto difficilmente viene controllata. Per queste figure indispensabili alle inchieste servirebbe un albo certificato e garantirsi la loro affidabilità con informazioni dettagliate. Inoltre per creare un rapporto di fidelizzazione con il nostro Stato si dovrebbe studiare una forma di contratto a lunga durata. Ancor meglio si potrebbe operare dal punto di vista investigativo ottenendo protocolli coi paesi arabi amici per far arrivare in Italia poliziotti locali che possano tradurre secondo un'ottica investigativa.

Last but non least il tasto economico. Va detto subito che a livello dell'Europa occidentale le forze dell'ordine italiane sono quelle meno retribuite. Chi fa attività antiterrorismo, poi, non ha indennità particolari e anche il lavoro straordinario non viene remunerato in toto. Questi investigatori, ma non solo loro, non comprendono la disparità di trattamento economico rispetto, ad esempio, ai tanti poliziotti, finanzieri e carabinieri in servizio alla Dia (Direzione investigativa antimafia) che percepiscono invece una indennità ad hoc. Senza contare che in certi ambiti vengono pagate al massimo 5 giornate di reperibilità al mese (proprio così) per circa 5 euro a reperibilità. Ciò chee porta a un'emorragia costante e continua di operatori di polizia verso la security aziendale, che oggi costituisce un settore vitale del business privato. Si tratta soprattutto di funzionari e dirigenti che negli anni hanno acquisito un preziosissimo know how investigativo: uno stato lungimirante non investirebbe negli anni nella formazione di personale specializzato per poi lasciarlo andare via. Ma non era allarme terrorismo?

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