Iran, sangue sulla festa. L'ombra dei sauditi e la vendetta del petrolio

Colpita la parata militare ad Ahvaz. Teheran contro Riad, possibile ritorsione sui giacimenti

Iran, sangue sulla festa. L'ombra dei sauditi e la vendetta del petrolio

I l bersaglio è di quelli che fanno male. I 29 morti e gli oltre 50 feriti falciati dalle raffiche di un gruppo di attentatori entrati in azione ad Ahvaz, una città dell'Iran meridionale, durante una parata per i 30 anni dalla fine della guerra con l' Iraq erano in gran parte militari. E almeno 12 delle vittime erano «pasdaran», ovvero militanti di quell'elite iraniana a cui spetta proprio il compito di proteggere il regime. Ecco perché il colpo rivendicato da una fantomatica «Resistenza Nazionale di Ahvaz» spinge le autorità iraniane ad accusare tutti i suoi nemici partendo dall'Arabia Saudita per arrivare a Stati Uniti ed Israele.

«L'Iran considera gli sponsor regionali del terrorismo e il loro padrone statunitense responsabili per questo. L'Iran risponderà con prontezza e decisione in difesa delle vite degli iraniani», annuncia via Twitter il ministro degli esteri di Teheran Javad Zarif. Ma cosa c'è di vero? Se le accuse a Stati Uniti e Israele restano non verificabili e gravitano nel campo della propaganda quelle contro i sauditi suonano assai meno aleatorie. Ahvaz è la capitale di una provincia del Khuzestan dove vivono consistenti minoranze sunnite e arabe. Lì già nell'aprile del 1979, due mesi dopo la vittoria della rivoluzione khomeinista, si registrò la prima rivolta anti- ayatollah. E dal Khuzestan partì il tentativo di Saddam Hussein di invadere l'Iran fresco di rivoluzione approfittando del presunto appoggio delle tribù arabe. E un gruppo terrorista legato ai rivoltosi del Khuzestan mise a segno, nel 1980, l'attacco all'Ambasciata dell'Iran a Londra. Un'altra ondata di rivolte locali guidate sempre da esponenti arabi e sunniti si registrò nel 2005. Rivolte seguite da una serie di attentati che colpirono proprio il capoluogo di Ahvaz. Tredici anni dopo la calma apparente viene nuovamente spazzata via.

Ma la strage di Ahvaz si colloca stavolta in un panorama regionale ancor più destabilizzato dallo scontro tra Iran e Arabia Saudita. Lo scontro tra i ribelli Huti e il governo nello Yemen, la difficile convivenza di Hezbollah e del premier Saad Hariri in Libano, la guerra civile tra i ribelli jihadisti e il regime di Bashar Assad, la partita infinita tra le tribù sunnite e il governo in Iraq altro non sono che guerre per procura combattute da Riad e Teheran nel nome della fede wahabita e di quella sciita. Dunque mentre le accuse a Israele e Stati Uniti restano da provare quelle contro l'Arabia Saudita appaiono assai più consistenti. I quattro membri del commando della Resistenza Nazionale di Ahvaz hanno agito come un'unità ben addestrata utilizzando divise dei pasdaran per mescolarsi ai militari e colpire da dietro le unità militari che partecipavano alla parata. Per questo i tempi di reazione delle forze di sicurezza sono stati assai rallentati e lo scontro a fuoco, protrattosi per molti minuti nel mezzo di una piazza affollata in cui era difficile distinguere tra militari veri e attentatori, ha moltiplicato il numero delle vittime. Di certo l'accuratezza dell'operazione fa pensare allo zampino di quei servizi segreti sauditi da sempre assai attenti a sfruttare il malcontento e le smanie indipendentiste di sunniti e tribù arabe del Khuzestan.

Ma il tentativo saudita di aprire un fronte anche all'interno dei territori iraniani può avere conseguenze imprevedibili. Lo stesso gioco può, infatti, venir condotto dalla non meno attiva intelligence iraniana tra le minoranze sciite dell'Arabia Saudita. Peccato però che la gran parte di quelle minoranze sciite viva nelle regioni orientali dell'Arabia Saudita ovvero nel cuore di quella produzione petrolifera che, ad oggi, rappresenta l'unica vera risorsa del regno saudita.

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