Alle buvette del Senato e della Camera mentre divampa la guerra in Medio Oriente qualcuno si sforza in privato di aprire un confronto senza pregiudizi o casacche ideologiche. A Palazzo Madama Graziano Delrio, coscienza critica del Pd, prova a guardare da sinistra la realtà per quello che è e non per come la desideriamo. "Dobbiamo muoverci - spiega - insieme ai principali paesi europei, ai cosiddetti volenterosi, partecipare a questo processo per non arrivare in ritardo. Lo dico io che sono pacifista. Come da pacifista dico che non possiamo essere ambigui sull'Iran. Va bene richiamarsi al diritto internazionale, ma la guerra l'Iran la sta conducendo da anni appoggiando il terrorismo. Non bastano le risoluzioni Onu, dobbiamo capire come contare nel nuovo ordine mondiale". A Montecitorio certi ragionamenti riecheggiano pure sulla bocca dell'azzurro, Giorgio Mulè. "Certo che dovremmo andare a braccetto con i volenterosi - osserva - per contare di più, come sull'altro versante la sinistra dovrebbe essere meno ambigua sull'Iran. Se stai con l'Ucraina, devi essere netto contro Teheran". "Se andiamo con Francia, Germania e Inghilterra è naturale - spiega un altro forzista, Orsini - che pesiamo di più. È quasi banale".
Nelle conversazioni private, quindi, trovi voglia di dialogo e di buonsenso. In pubblico, invece, "no". Tutti invocano l'unità, l'interesse nazionale, ma poi issano gli stendardi di parte e danno fuoco alle polveri delle polemiche. Anche quelle personali. Insomma, pure in guerra andiamo divisi.
Ieri è finito nell'occhio del ciclone il ministro della Difesa, Guido Crosetto. La sua colpa? Essere stato bloccato a Dubai dall'attacco di Usa e Israele con la famiglia. Corollario dell'accusa: l'Italia non conta un tubo perché non è stata preavvertita del bombardamento né dall'"amico" Trump, né da Gerusalemme. Crosetto l'ha presa con filosofia. "È normale siamo in Italia", ha confidato prima di entrare in una riunione delle commissioni parlamentari che le opposizioni avevano allestito come un processo. Dentro è stato sincero: "Ho reso pubblico io il fatto che fossi bloccato a Dubai, non è stato uno scoop giornalistico, l'ho detto pure a qualche parlamentare dell'opposizione"; "avevo deciso di concedermi un periodo di ferie"; "avrò sbagliato come ministro a non ripartire subito e chiedo scusa ma avevo lì la famiglia e ho avuto anche incontri istituzionali". Poi, però, è stato molto deciso nell'affermare che "nessun Paese in Occidente era stato preavvertito". Spiegandone pure la ragione: "L'attacco è stato anticipato di una settimana visto che si è presentata l'occasione di colpire il target prioritario (l'ayatollah Khamenei, ndr)". Tanta attenzione alle polemiche mentre la questione principale posta dal ministro della Difesa, quella che dovrebbe preoccupare, è rimasta sullo sfondo. "In caso di attacco di droni - è stato il suo allarme - l'Italia farebbe peggio di Dubai perché siamo impreparati".
Appunto, mentre piovono bombe dal cielo nel Belpaese si preferisce la polemica accompagnata da una buona dose di retorica. L'opposizione accusa in coro Stati Uniti e Israele di aver violato il "diritto internazionale", parole sacrosante, che però dimenticano il mondo in cui viviamo, quello che è avvenuto in Ucraina o i trentamila manifestanti impiccati sulle gru in Iran. Il paradosso è che il "diritto internazionale" preteso dalle opposizioni in Italia è lo stesso che viene invocato oggi da Putin e dagli Ayatollah. Concetto giusto ma nel nuovo "ordine mondiale" teorizzato a Mosca, a Pechino e a Teheran ci vuole poco ad essere consapevoli che si tratta di un periodo ipotetico dell'irrealtà. Una trasposizione tra "vero" e "non vero" che non ti aiuta a capire il presente. Dice la Schlein: "Siamo contro il regime iraniano ma è il popolo che deve cambiare il regime". Il "come" resta un punto interrogativo sospeso nell'aria. "Il governo ci deve dire se condanna o meno l'intervento in Iran", pretendono in coro Fratoianni e Bonelli, scambiando gli ayatollah per monaci tibetani o seguaci di San Francesco. Conte accusa i ministri: "Sottoscrivete ogni cosa viene da Washington, ma rimediate solo una prefazione per un libro della Meloni e per Tajani la possibilità di presentarsi da Trump con un cappello MAGA in mano".
Parole che hanno mandato su tutte le furie il responsabile della diplomazia. "Io con Trump - è insorto - non ho mai avuto una particolare amicizia. Non mi ha mai chiamato Anthony o Tony come a lei Giuseppi. E non sono mai andato in ginocchio dalla Merkel, da Trump o dai cinesi". È successo il finimondo accompagnato da tanto folklore. Con l'amara constatazione che in questo mondo impazzito rischiamo tutti di fare solo la parte degli "osservatori". Non ci sono più punti di riferimento, le istituzioni internazionali sono sepolcri imbiancati e anche per riportare i nostri connazionali (tanti) a casa da Dubai devi affidarti alla fantasia. "Attenti ai bagarini" avvisa Tajani e ipotizza l'uso dei "charter" per le Maldive. La verità è che l'Italia da sola nel nuovo mondo, quello che non ci piace, non conta. Per pesare deve stringersi all'Europa e all'Occidente se sopravvive a Trump.
In più, presupposto fondamentale, deve essere unita perché le divisioni possono essere fatali. "È un dialogo fra sordi" è il commento laconico sul dibattito di ieri di Casini. Ma sei sordo i missili quando arrivano non li senti.