Italiani vinti dal virus: meglio sudditi che morti. L'analisi del Censis: "Ci è mancato un Churchill"

Il 54esimo Rapporto: pronti a rinunciare a ogni libertà, incattiviti e rissosi

Italiani vinti dal virus: meglio sudditi che morti. L'analisi del Censis: "Ci è mancato un Churchill"

Winston Churchill l'aveva ammesso: «Una fuga non è una vittoria». Eppure la storia ricorda come eroica l'evacuazione dalla costa francese di 400mila soldati assediati, grazie anche al coraggio di 700 equipaggi di battelli civili disposti a sfidare le bombe. E Churchill esaltò quello «spirito di Dunkirk» come il segnale che il Regno unito «non si arrenderà mai».

L'immancabile parallelo tra guerra ed emergenza virus torna anche nel 54esimo Rapporto sulla realtà sociale del Paese, ma per il Censis gli italiani sono stati «privi di un Churchill a fare da guida nell'ora più buia». Del resto, molti si sono dimostrati degni più dei Savoia che del primo ministro inglese, a leggere l'analisi annuale dell'istituto di ricerca. Che archiviano tutta la retorica dei canti dai balconi e dell'«andrà tutto bene».

A vincere è stata l'ansia che ci ha incattivito, reso pronti a sacrificare qualunque libertà e a prendercela con il vicino, anziché darsi una mano. Secondo il Censis, per gli italiani nell'era del virus «lo Stato è il salvagente a cui aggrapparsi nel massimo pericolo».

La fiducia nel futuro e la voglia di contare su se stessi sono crollate, rendendoci malleabili e arrendevoli, fedeli al motto umiliante «meglio sudditi che morti». «Il 57,8% -si legge nel Rapporto- è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni alla mobilità personale». Ma non solo: la compressione dei diritti si è estesa ben oltre il perimetro delle misure utili a contenere il virus. «Il 38,5% -rileva il Censis- è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni». Meglio morti che sudditi, ci siamo ripetuti. Per poi ritrovarci con un livello di letalità da coronavirus tra i più alti del pianeta.

«L'epidemia - ha spiegato il direttore del Censis Massimiliano Valerii presentando il volume- ha rappresentato uno straordinario acceleratore di processi già in atto, l'Italia si è rivelata una ruota quadrata che gira a fatica, con sforzi sovrumani a ogni giro compiuto». Per Valerii «sono emerse tutte le debolezze del nostro sistema, la conflittualità della politica, la rissosità tra istituzioni, il crollo degli investimenti già in atto, i problemi della scuola». A questo proposito, il rapporti rivela che «ad aprile l'11% degli insegnanti poteva affermare di essere riuscito a includere tutti gli studenti nelle lezioni».

A fronte di queste fragilità, che ansia, incertezza e paura dell'ignoto hanno messo a nudo, la risposta della società è stata di incattivirsi e cercare colpevoli: il 77% chiede pene severe per chi non indossa le mascherine e non rispetta i divieti di assembramento, il 56% chiede il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente la quarantena, il 31% vuole che vengano curati dopo gli altri chi si è ammalato per comportamenti irresponsabili, per il 49% dei giovani è giusto che gli anziani vengano assistiti solo dopo di loro. E l'80% chiede di non allentare le restrizioni a Natale.

Ormai solo il 20% crede che questa esperienza ci cambierà in meglio. Nella palude del pessimismo colpisce però che è ormai chiaro per l'85% che i veri deboli sono partite Iva e precari. Chissà che non sia un punto di partenza per cambiare le solite dinamiche che i nostri mancati Churchill hanno assecondato.