Ivano in bici col cuore nuovo: "I trionfi? Per il mio donatore"

Saletti, 49 anni, corre e vince dopo il trapianto: «Penso sempre al ragazzo di 16 anni che mi permette di vivere»

Ivano Saletti, 49 anni, bresciano, sale duri pendii, macina chilometri, sfida freddo e pioggia. Pedala, pedala sulla sua bici da corsa, la «specialissima», anche di notte. E vince. Sfidando lo scetticismo generale e il buon senso. Ma come si riesce a sostenere sforzi quasi sovrumani quando il tuo cuore te l'hanno rottamato e ora ne hai un altro nel petto che ti ha salvato da morte certa? Non si dovrebbe preservarlo senza fare troppo sforzi? Ivano sorride. «Alla bici non rinuncio, è la mia passione. Ma a ogni percorso faticoso io parlo con lui, con quel ragazzo di 16 anni che mi ha ridato la vita e la voglia di lottare. Io me lo sento dentro e a ogni gara gli chiedo di trasmettermi la forza per arrivare in fondo».

Dunque, coniugare un sport faticoso come il ciclismo e un trapianto di cuore, si può. Ivano ne è la prova vivente. In questi giorni si sta allenando per le prossime sfide: il gran fondo a Colnago, 110 km e a maggio i Nove colli: 205 chilometri e 4000 metri di dislivello. Per questo si allena: 400 chilometri in dieci giorni con la «specialissima». Sembra una vita in discesa, ora, ma è il lieto fine di un calvario durato più di 20 anni. Per Ivano, che a 7 anni ha cominciato a pedalare e a vincere premi per juniores, è stata dura quando, a 14 anni, gli hanno detto che doveva appendere al chiodo la sua due ruote. «Sono un ciclista da ragazzino - racconta - salivo sul podio tutte le domeniche, negli anni '80 ho fatto tutte le corse in Lombardia fino a 14 anni. Facevo le mie visite sportive ma non mi hanno mai riscontrato nulla. Un giorno, dopo una gara in notturna, sono andato in tachicardia e controlli approfonditi mi hanno diagnosticato una displasia al ventricolo destro. Così la mia bici da corsa azzurra, la specialissima, l'ho appesa al chiodo e i miei sogni li ho chiusi in un cassetto».

Ivano, che era un grande tifoso di Saronni, aveva un obiettivo ambizioso: vincere il campionato del mondo. Ma la sua adolescenza e giovinezza sono state vissute al rallentatore per paura di peggioramenti. Arrivato puntuale. Ha avuto due arresti a 19 e a 25 anni. «Lei ha un cuore a termine - mi spiegò la dottoressa Maria Frigerio a Niguarda-. Così sono stato messo in lista per il trapianto». Ivano parla con grande rispetto dello staff del Dipartimento Cardiotoracovascolare diretto Cristina Giannattasio. «Lì mi hanno dato la mia nuova vita 14 anni fa, quando è arrivato il cuore da Ancona. Dopo il trapianto è tutto filato liscio ma io volevo sapere a chi dire grazie». L'ha scoperto. Ivano, un 16enne morto in un incidente stradale gli ha donato il giovane cuore. E da allora vive in simbiosi. «Non passa giorno che io non pensi a lui. A volte prendo carta e penna per scrivere una lettera ai suoi genitori ma poi mi sembra che nessuna parola possa descrivere la mia riconoscenza. E non so come la prenderebbero. Sono vivo grazie alla sua morte». La vita di Ivano è infatti ripartita. Era ancora in rianimazione quando Alfredo, suo fratello, gli ha annunciato il suo dono: una bici nuova, arancio, sempre denominata «Specialissima». Che ha inforcato un anno dopo il trapianto. «Ho ricominciato a macinare chilometri, nel 2014 ho partecipato a gare per trapiantati e ho vinto il campionato italiano». Nel 2015 ha conquistato lo scudetto «Prestigio». «Ho fatto 2000 km di gara e 30 mila metri di dislivello in otto mesi».

Per non farsi mancare niente Ivano ha partecipato anche alla Oetztaler In Austria, la gran fondo più dura d'Europa, 235 km. E ancora, l'anno scorso ha incassato tre medaglie d'oro agli europei per trapiantati a Iesolo. Qualcosa delle sue gare ci sarà sfuggito. Ma Ivano tiene a ricordare sempre il donatore. «Sono un credente e una preghiera per lui è un dovere».

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