Gli jihadisti sbarcano da noi e fanno perdere le loro tracce

Inquietante a Lampedusa: libico con foto di Kalashnikov e teste mozze trasferito dal Viminale in un altro centro e poi dileguatosi chissà dove

Gli jihadisti sbarcano da noi e fanno perdere le loro tracce

Sono tra noi. Un libico «ospite» del centro di accoglienza di Lampedusa era in possesso di fotografie alquanto preoccupanti, per usare un eufemismo. Gli scatti dal suo tablet che lo ritraevano in mimetica, con un Kalashnikov - il che è già allarmante - e ai piedi gente decapitata li mostrava con nonchalance a un connazionale. Una foto pare lo immortalasse con una testa mozzata in mano. È più che ovvio il terrore di chi ha avuto modo di visionare gli scatti, di cui si vocifera in «paese».

La segnalazione agli organi di competenza, ad Agrigento, è stata immediata. Ma il libico, in procinto di essere trasferito in altra struttura, è stato come da programma imbarcato su un mezzo e inviato a destinazione. Dov'è adesso il presunto jihadista?

A poche ore dall'attacco terroristico sulla spiaggia di Sousse in Tunisia, e a soli tre mesi dal massacro del museo del Bardo a Tunisi, l'interrogativo è più che mai d'obbligo, specie se il libico, una volta via da Lampedusa, ha pensato di avere maggiore possibilità di fare perdere le sue tracce, spostandosi a piedi o con eventuali agganci per abbandonare il centro.

È accaduto anche in passato che i migranti si allontanassero dalle strutture di accoglienza. Ci sono organizzazioni criminali specializzate nel prelevare gli immigrati dai centri per destinarli altrove, come ha testimoniato ad aprile l'operazione Glauco II della polizia coordinata dalla Dda di Palermo, che ha sgominato una consorteria criminale transnazionale dedita al traffico di esseri umani. Il sodalizio lavorava su due fronti: Africa e Italia, facendo le veci di un'agenzia di viaggio, occupandosi di partenze e di vitto e alloggio degli immigrati, in attesa di far raggiungere la meta definitiva, in genere fuori dai confini nazionali.

E già in passato le procure di Catania e Palermo hanno aperto inchieste su presunti terroristi dileguatisi dai centri. Avevano sui cellulari foto che li ritraevano in mimetica e Kalashnikov. Ma nel caso in questione, quello del libico in possesso degli scatti del terrore, sbarcato a Lampedusa il 9 giugno, è stato addirittura trasferito dal nostro sistema che garantisce in questo modo il turn over tra i migranti presenti nelle strutture e i nuovi arrivati. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano, dopo l'attacco terroristico a Sousse fa sapere che è stato elevato l'allerta diramato alle prefetture e alle questure per presidiare gli obiettivi sensibili. Ma che vi sia un pericolo di infiltrazioni jihadiste non è stato confermato. Eppure basterà andare indietro nel tempo di soli due anni, all'aprile 2013, per ricordare come alle pendici dell'Etna, vicino Scordia, i carabinieri del Ros di Bari sgominarono una cellula terroristica di matrice islamica di sei persone che aveva realizzato un centro di addestramento all'ombra del vulcano, dove si testavano armi ed esplosivi in esercitazioni militari. A capo dell'organizzazione c'era l'ex imam di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassen, arrestato a Bruxelles, che finanziava il gruppo con i proventi di un call center. Compito del gruppo era quello di preparare azioni terroristiche in tutto il mondo. La cellula cercava proseliti indottrinandoli in un odio antisemita e contro gli «infedeli».

«La sfida al terrore la vinceremo solo se non ci faremo condizionare dalla paura», ha detto Alfano. Ma in tempi in cui l'Isis si appella ai musulmani istigandoli a «trasformare il Ramadan nell'inferno degli infedeli», forse un po' di paura non sarebbe mancanza di coraggio, ma solo senno. Una cosa di cui c'è proprio tanto bisogno.

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