Il killer di Cecilia accusato anche di violenza sessuale

La presidente del Tribunale: "Condannato e subito libero? I giudici non sono chiaroveggenti"

Il killer di Cecilia accusato anche di violenza sessuale

«Un giudice non ha poteri di chiaroveggenza, non può sapere ciò che accadrà dopo, stante l'imprevedibilità delle reazioni umane». Così la presidente del Tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, replica sull'Ansa alle polemiche sul caso di Juana Cecilia Loayza, 34enne di origini peruviane uccisa a coltellate sabato in un parco della città.

Per l'omicidio è stato fermato il suo ex, il 24enne Mirko Genco, già ai domiciliari per stalking ma liberato con la condizionale il 4 novembre scorso, dopo un patteggiamento a due anni. «Una dinamica - spiega la presidente del Tribunale - identica a ciò che accade in decine e decine di processi per reati analoghi. I giudici, applicano la legge, applicano misure cautelari richieste dal pm calibrando le scelte a seconda del caso concreto, condannano alla pena che appare equa in relazione al caso sottoposto al loro vaglio».

Genco è figlio di una vittima di femminicidio. Juana Loayza a inizio settembre lo aveva denunciato per maltrattamenti e lui era finito in carcere, ma poi era stato rilasciato con un provvedimento di divieto di avvicinamento. Per averlo violato torna però in cella. Il 23 ottiene i domiciliari fino al patteggiamento, due anni e pena sospesa, che gli restituiscono la libertà.

Il 19 novembre il 24enne vede sui social che l'ex è con amici in un locale. Con un taxi si fa portare da Parma fino a Reggio Emilia. Le scrive decine di messaggi e Juana accetta di farsi accompagnare a piedi a casa. Ma prima di arrivarci litigano: lui tenta di strangolarla e poi l'accoltella al collo. Arrestato il 20 novembre confessa. Durante l'udienza di convalida, in cui è stato disposto anche l'esame autoptico sul corpo della donna, a Genco è stata contestata anche la violenza sessuale. Ma davanti al giudice per le indagini preliminari si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Ma perché era libero? La Beretti spiega che l'indagato non aveva precedenti penali. «È stato sottoposto a misura cautelare - sottolinea la presidente - gli è stata applicata la pena di due anni di reclusione, aveva iniziato la frequentazione di un centro di recupero, condizione necessaria per poter avere la sospensione condizionale della pena. Le valutazioni che un giudice è chiamato a compiere, devono essere le stesse per tutti: comprensione del contesto, accertamento del fatto, applicazione della norma. Ciò che è accaduto è gravissimo ma da qui a cercare responsabilità o capri espiatori, credo che ce ne corra».

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