Askatasuna, che in alcune intercettazioni ammette di ispirarsi all’Eta o a Hezbollah, è dotata di un arsenale. È un dato storicizzato «grazie» alle tante manifestazioni di questi anni e agli assalti No Tav. Le carte della Procura sul corteo del 31 gennaio presentano ulteriori prove. Per gli scontri di corso Regina Margherita, «Aska» ha pensato di munirsi di scudi artigianali. Egide, per così dire, che erano state imboscate nella sede dell’Università. Già perché - come si legge nella richiesta del pm sulle misure cautelari poi in parte accolta dal gip - , è «emerso che i predetti scudi sono stati trasportati a bordo del furgone Unirent...partito dalla sede universitaria di Palazzo Nuovo da dove... i manufatti artigianali sono stati prelevati» prima che il corteo partisse. «Aska», quindi, usufruisce degli spazi universitari con una certa disinvoltura. Questo, almeno, secondo la ricostruzione degli inquirenti. «Un aspetto - dichiara al Giornale l’onorevole Augusta Montaruli, di Fdi - che rafforza la nostra richiesta: è necessario sgomberare le occupazioni in corso. Askatasuna ha sempre utilizzato l’Università come l’ennesimo centro sociale. Ed è incredibile che alcuni docenti insistano a difendere gli antagonisti, mentre agli studenti viene di fatto impedito di studiare». È il Campus Einaudi, ora come ora, a essere stato occupato. Palazzo Nuovo è solo sussurrato come obiettivo. Ma, oltre agli scudi e all’ormai celebre «spara-patate», gli antagonisti, per il corteo post-sgombero, avevano pensato anche ad altri strumenti. I caschi, per esempio, materiale innaturale per chi sostiene di scendere in piazza per combattere il carovita. Tra gli attrezzi da lavoro, gli autonomi torinesi si erano dotati almeno del martello utilizzato per colpire l’agente Alessandro Calista, e di un martelletto frangivetro rinvenuto nel corso di una perquisizione. Poi il piatto forte: il materiale pirotecnico che «Aska» ha lanciato contro i poliziotti e che ha fatto anche da scenografia alla guerriglia urbana del 31 gennaio. Nell’episodio per cui Davide Frigo oggi è indagato per tentato omicidio, spuntano altre «munizioni» dell’arsenale del centro sociale torinese. Le carte, oltre a descrivere il continuo e fitto lancio di oggetti, fotografano questa scena: «...alcuni di loro incastravano del materiale in fiamme tra la protezione in ferro del parabrezza e il cofano motore, mentre un altro lanciava del liquido infiammabile che innescava uno spaventoso incendio». Il mezzo è la camionetta Iveco data alle fiamme, quella in cui ha rischiato di morire l’agente L., mentre Frigo «assieme a un’altra persona», avrebbe «inserito una pedana in legno incendiata tra la griglia e il parabrezza del veicolo». Ma l’elenco delle armi utilizzato dai facinorosi di «Aska» non finisce qui. Nella testimonianza di un altro poliziotto, si legge che «un manifestante ha infilato un razzo tra la griglia e il parabrezza...nei medesimi frangenti, un altro manifestante con un piede di porco colpiva il mezzo sul fianco lato passeggero». E ancora un laser verde, una fionda utilizzata per lanciare oggetti, bastoni, fumogeni ed aste di ferro. Infine gli oggetti di uso comune, quelli rinvenuti per strada o sottratti nei dehors dei locali: carrelli, bidoni, pallet di legno e così via. Tra le motivazioni per cui «Aska» manifesta, c’è sempre il «no» al riarmo. Se per contrastare il carovita, gli antagonisti usano dare fuoco al cibo (è successo quella sera in corso Margherita), per promuovere il disarmo ci si dota di un arsenale. Contraddizioni che Pd, 5S e Avs evidentemente apprezzano.
