L'avvocatessa e il boss: la rete di Messina Denaro

"Stidda" organizzata in semilibertà da Antonio Gallea, mandante del delitto Livatino

L'avvocatessa e il boss: la rete di Messina Denaro

«Questo non potevate toglierlo dal mezzo?» Non usa mezzi termini l'avvocata di Canicattì Angela Porcello, legale del boss Giuseppe Falsone, divenuta consigliera di Cosa nostra.

È la compagna di un mafioso e ha assunto ruoli organizzativi al punto da mettere a disposizione il proprio studio per importanti summit con pezzi grossi (i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, un ex fedelissimo del boss Bernardo Provenzano di Villabate e il nuovo capo della Stidda), elargendo rassicurazioni sull'assenza di cimici.

È una mafia che si riorganizza, scardinando i propri paletti al punto da dare linfa alla Stidda che si è ricompattata attorno alle figure di due ergastolani tornati in semilibertà: Antonio Gallea capomafia e mandante dell'omicidio del giudice Livatino, che ha persino sfruttato i premi previsti per chi è condannato all'ergastolo per tornare a operare sul territorio, e Santo Gioacchino Rinallo. È una mafia che punta al controllo in tutti i campi, perché «la presenza è potenza», estendendo i propri interessi soprattutto sui settori più remunerativi, estorcendo denaro e punendo chi osa opporsi al punto da organizzare 2 omicidi di imprenditori, sventati dai carabinieri. È una mafia che si muove sottotraccia seguendo «l'inabissamento quale regola di vita» così come insegnava Bernardo Provenzano.

Che i confini della legalità oggi sono più che mai labili lo ha messo bene in chiaro l'operazione «Xydy» dei carabinieri del Ros coordinata dalla Dda di Palermo, che ha portato a 22 fermi e il ventitreesimo è a carico del super latitante Matteo Messina Denaro, punto di riferimento decisionale dell'organizzazione. Tra gli arrestati non c'è, infatti, solo l'avvocata, che sfruttava la sua posizione per fare da mediatore tra i boss in carcere e l'esterno, ma persino un poliziotto e un assistente capo. Il secondo, in servizio nel carcere di Agrigento, ha concesso all'avvocata di portare il cellulare durante gli incontri col suo assistito e di rispondere alle telefonate.

Dall'inchiesta emerge anche il

paradosso di una mafia che si erge a baluardo dell'ordine, in una Sicilia che, secondo le confidenze del boss Falsone all'avvocata «senza il polso della mafia si formeranno situazioni di piccolo banditismo che sarà micidiale».

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