La moda ha bisogno di creare un linguaggio comprensibile e universale anche se dettato da qualcosa d'inafferrabile e soggettivo come l'estetica. L'americano Daniel Roseberry che dal 2019 disegna Schiaparelli l'ha fatto egregiamente soprattutto per quel che riguarda l'alta moda, un mondo deciso a vivere fuori dal mondo. Il risultato è sensazionale per cui alla sfilata di ieri mattina ti capitava d'incontrare una trans identica a Lady Diana e l'attice britannica Emma Corrin che, tra l'altro, ha interpretato Lady D nella serie Netflix The Crown vestita come un uccello del paradiso con quattro giganteschi artigli sullo sprone della giacca.
Poco prima dell'inizio dello show è arrivata Marisa Berenson, nipote prediletta di Elsa Schiaparelli definita da Yves Saint Laurent "la ragazza degli anni Settanta" e ancora bellissima nel suo vestito in liquido jersey nero con lo strascico tenuto al guinzaglio da una lunga catena d'oro. Un soffio di quell'eterna eleganza fatta da un niente che è tutto si è visto anche nel severo abito da giorno con profonda scollatura sul davanti della prima uscita. Poi siamo finiti nelle famose 20 mila lege sotto i mari con un parterre di creature fantastiche che non si sono mai viste nemmeno nei cartoni animati sulla Sirenetta. C'era l'abito-medusa, la tuta-piovra con immensi tentacoli neri, il mantello rosa che sembrava una scogliera piena di anemoni di mare, le scarpe conchiglia, e i tentacoli del polpo avviluppati addosso come bijoux. In alcuni casi, sotto ai modelli aderenti come una seconda pelle e spesso realizzati in lattice color carne, c'erano dei led luminosi che replicavano la fosforescenza di alcune creature marine. Il bello è che lo stilista nel backstage e nelle note di collezione non ha parlato tanto di mare quanto dell'importanza di trasformare l'ordinario in straordinario andando oltre i materiali nobili tipici dell'alta moda per domandarsi se la bellezza stia lì oppure nella capacità dell'immaginazione di reinventarla. In buona sostanza lattice, silicone, colate di vernice e metallo, reinventano il surrealismo su cui nel 1927 Elsa Schiaparelli ha basato la sua rivoluzionaria grammatica della femminilità.
La seconda alta moda di Jonathan Anderson per Christian Dior è come la prima: una sarabanda di idee ed emozioni difficilmente traducibili anche per chi conosce benissimo il lavoro di Lynda Benglis, l'ottantaseienne artista americana a cui Anderson si era già ispirato per Loewe. Tra orli asimmetrici, pieghe riottose, strascichi fiabeschi, cappelli e borse nel luccicante materiale delle coperture di sopravvivenza, spiccavano soprattutto i modelli con il magico plissé che ormai viene fatto a mano solo negli atelier Dior. Non mancavano dettagli straordinari come gli orli e i polsi di un cappotto bianco intagliati come foglie di felce nera, il completo effetto prato e l'abito fatto come un mazzo di calle rovesciato. Certo, se questo è un linguaggio, lo possiamo definire aramaico mimato.
Più comprensibile anche se molto sofisticato il lavoro di Sylvio Giardina sul ciclo di arazzi fiamminghi eseguiti nel XV secolo sulla dama e l'unicorno conservati nel Musée Nazionale del Medio Evo di Parigi.
Nei dieci pezzi unici esposti tra statue, capitelli, gioielli e reperti medioevali d'ogni tipo c'era un'encomiabile ricerca di nuovi materiali e tecnologie applicate su vestiti costruiti secondo le sacre regole della couture imparate a suo tempo da un mostro sacro come Fernanda Gattinoni. Crinolina e laste di paillettes, plissé Fortuny cotto al forno e fiori d'ottone dialogano alla grande con l'arte del taglio.