Roma La vigilia l’ha trascorsa a Spalato impegnata nel Med 9, gruppo informale che raccoglie nove Paesi mediterranei membri dell’Ue. Mentre già oggi pomeriggio è attesa ad Ascoli, dove parteciperà all’inaugurazione di Palazzo Saladini Pilastri. In mezzo, l’atteso D-day, con il voto finale della Camera sulla riforma della legge elettorale. Ancora una volta a scrutinio segreto, anche se il tam tam dei corridoi di Montecitorio non racconta grande phatos e tutti danno per scontato che questa volta - a differenza di quanto accadde a metà luglio - non ci saranno scivoloni. É la stessa premier a ostentare tranquillità quando viene intercettata dai giornalisti prima di lasciare la Croazia con destinazione Roma: «Se sono serena in vista del voto sulla riforma elettorale? Lo sono sempre».
D’altra parte, i numeri parlano chiaro. E giovedì scorso, nel primo dei due voti segreti previsti sul provvedimento, la maggioranza ha avuto dalla sua 229 deputati contro i 151 dell’opposizione, sette in più del previsto e una forbice di 78. Significa che per far saltare il banco, oggi dovrebbero cambiare idea ben 39 parlamentari. O più precisamente 30, visto che i nove esponenti di Futuro nazionale presenti alla Camera hanno già fatto sapere che voteranno «no». Anche i tre voti di fiducia sono scivolati via senza alcun brivido, compreso l’ultimo ieri sull’articolo 3 della riforma che ridisegna i confini territoriali dei collegi uninominali di Bolzano, Bressanone e Merano: 228 favorevoli, 144 contrari e 3 astenuti. Con la maggioranza che fa registrare un piccolo ma progressivo aumento rispetto a martedì (quando i «sì» erano stati prima 226 e poi 227). A scrutinio palese con 214 «sì» e nessun voto contrario, viene poi approvato anche l’articolo 8 sull’esercizio del diritto di voto da parte dei fuori sede, con le opposizioni che si sono astenute ritenendolo un «passo importante ma non sufficiente». E così si chiude l’esame di tutti gli articoli della riforma. Con a seguire una serie di ordini del giorno, compreso quello di Riccardo Magi sulle firme digitali. Il governo ha dato parere favorevole sia pure con riformulazione, ma l’esponente di +Europa l’ha rifiutata («le premesse sono completamente cancellate», dice) e ha fatto sapere che continuerà il suo sciopero della fame iniziato ormai nove giorni fa.
Di certo, c’è che da oggi le elezioni sono sempre più vicine. In caso di un inatteso scivolone, Meloni ha già fatto sapere che salirà al Quirinale e si tornerà alle urne a febbraio, dopo aver approvato la manovra. Ma anche se tutto fila liscio, difficilmente la legislatura arriverà alla scedenza naturale di ottobre 2027, perché una nuova legge elettorale con le preferenze (per quanto temperate) equivale a svuotare il Parlamento, con deputati e senatori che più che stare a Roma si dedicheranno ai loro collegi elettorali. Quasi impossibile in queste condizioni reggere per quasi un anno. In verità, a Palazzo Chigi si valuta seriamente l’ipotesi di election day con le amministrative a fine maggio. Un orizzonte temporale che coincide con l’accelerazione imposta nelle ultime settimane da Meloni sotto il profilo della comunicazione con annunci, presenze tv e appuntamenti pubblici. E che non convince né Forza Italia, né la Lega che vorrebbero invece arrivare fino alla scadenza naturale per avere il tempo di risollevare sondaggi che oggi non sono per nulla favorevoli.
Ma che ormai la prospettiva delle urne sia più che mai sul tavolo lo conferma proprio la noia con cui scorrono le votazioni in attesa dello scrutino segreto di oggi, il cui esito viene percepito come ineluttabile. Per non parlare del fatto che già sono in corso le interlocuzioni per le alleanze di domani, nel caso - più che possibile - che nessuno dei due schieramenti raggiunga la fatidica soglia del 42% che con la nuova legge elettorale attribuisce il premio di maggioranza. Se si resta sotto, i seggi vengono assegnati con il proporzionale puro. E i contatti tra Fdi e Azione sono già in fase avanzata. Il partito di Carlo Calenda si presenterà da solo e certo sarebbe ben più incline ad appoggiare un governo guidato da Meloni che un esecutivo a trazione Pd-M5s che non solo sull’Ucraina avrebbe posizioni inconciliabili con quelle di Azione.
