da Roma
Nel basket si chiama over-time. E il solo fatto di arrivarci è sinonimo di una disputa all'ultimo tiro che ancora non ha un vincitore. Insomma, una battaglia senza esclusione di colpi.
La politica è tutt'altra cosa. E pure se ieri la conferenza dei capigruppo della Camera ha deciso di far slittare al 14 luglio l'avvio dell'esame in Aula della legge elettorale, questo non necessariamente significa che sia in corso uno scontro all'ultimo canestro.
Tensione ce n'è, ci mancherebbe. E non è certo quella che si respira nel centrosinistra. Che oggi grida al colpo di Stato, ma che nell'ultimo decennio ha approvato Italicum (governo Renzi) e Rosatellum (governo Gentiloni) a colpi di fiducia e a una manciata di mesi dalle elezioni.
Lo stesso centrosinistra che oggi punta il dito contro Giorgia Meloni, che ambirebbe ai "pieni poteri" solo perché vorrebbe avere un ruolo nel decidere nel 2029 il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Che, al netto dei voti che i sondaggi attribuiscono a Fdi dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi, è piuttosto scontato. Peraltro, una questione che non è mai stata così dirimente, visto che da quando è nato il bipolarismo - anno domini 1994 - il centrosinistra ha sempre portato al Colle esponenti vicini alla sua area politica. Alcuni (come Sergio Mattarella) hanno saputo rappresentare le sensibilità di un Paese complesso e profondamente diviso, altri (come Giorgio Napolitano) si sono fatti portavoce di una sola parte e hanno contribuito ad alimentare una spaccatura che non si è mai davvero ricomposta.
Il problema, dunque, è tutto interno alla maggioranza. E si gioca sulla questione preferenze, un tema più di comunicazione all'esterno e di tattica che di merito. Fdi dice di volerle, nonostante enormi criticità tecniche (che riguardano i collegi elettorali) e politiche. Forza Italia e Lega sono decisamente contrarie. Ma il rinvio del voto in Aula alla Camera decisono ieri non dipende tanto da questo. Stando a quanto riferiscono gli sherpa che si sono riuniti martedì per limare i dettagli della riforma (non ci sono solo le preferenze, ma anche il voto dei residenti all'estero e altre tecnicalità) e i big dei partiti di governo, infatti, il clima non è di muro contro muro. Anzi. La sensazione è che Fdi abbia approfittato della decisione del presidente della Camera Lorenzo Fontana di far slittare l'esame in Aula - scelta che, rigorosamente off record, non pare essere stata ben accolta a via della Scrofa - per allungare tempi e continuare a sostenere la necessità di introdurre le preferenze. Sul fatto che il centrodestra riesca a presentare un emendamento condiviso in materia - modello toscano o belga che dir si voglia - in Fratelli d'Italia sembrano ancora ottimisti. Sicuramente Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fdi avvistato ieri sera mentre entrava a Palazzo Chigi. Ma pure Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera. Non arriva lo stesso feedback da Forza Italia e Lega, ma potrebbe far parte della tattica.
Anche perché, dai piani alti di via della Scrofa c'è chi lancia messaggi eloquenti.
Se si va a votare con la legge attuale - è il senso del ragionamento - né Forza Italia né Lega possono neanche vagamente pensare di prendere gli stessi collegi uninominali che hanno avuto nel 2022. Insomma, è il non detto, o si va avanti con la riforma della legge elettorale oppure con il sistema attuale Fdi pretenderà di avere la gran parte dei collegi uninominali.