L'esultanza dei detenuti dopo gli attentati E sul web 1.200 siti che inneggiano al Califfo

Preoccupa la situazione dei penitenziari italiani. Le indagini della polizia postale

L'esultanza dei detenuti dopo gli attentati E sul web 1.200 siti che inneggiano al Califfo

Anis Amri, il «macellaio» del mercatino natalizio di Berlino, ucciso dalla polizia alle porte di Milano si è radicalizzato dietro le sbarre. Nelle carceri siciliani, dove ha scontato quattro anni per reati comuni fino al 2015, minacciava un detenuto cristiano dicendo «ti taglio la testa» e inneggiava all'attentato a Parigi contro Charlie Hebdo.

Ad ogni attacco gli estremisti islamici dietro le sbarre in Italia esultano gridando «Allah o akbar», Dio è grande. Dopo gli attentati di Bruxelles del marzo scorso sono stati segnalati una decina di casi. Per ribadire l'esultanza alzavano il volume della tv quando trasmetteva le immagini e la conta dei morti. Per la strage di Parigi, nel novembre 2015, erano un'ottantina i seguaci delle bandiere nere che esultavano in cella. Un rapporto del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria rivela che le carceri «costituiscono un luogo dove gli estremisti possono creare una rete reclutando e radicalizzando nuovi membri attraverso una campagna di proselitismo».

E non mancano tentativi piccoli o grandi di rivolta. A Pisa un detenuto islamico ha devastato la sua cella cercando di aizzare gli altri compagni di carcere a ribellarsi nel nome di Allah. Durante una rissa nel penale di Padova, alcuni musulmani, si sono messi ad inneggiare allo Stato islamico.

Il convertito italiano Domenico Quaranta, condannato per attentati falliti da Agrigento a Milano, conduceva «la preghiera dei detenuti ristretti per il reato di terrorismo internazionale, che gli hanno formalmente riconosciuto la figura di imam».

Uno dei casi più clamorosi è quello del convertito francese Raphael Gendron arrestato a Bari. Nel carcere di massima sicurezza di Macomer, in Sardegna, era diventato il leader di una decina di detenuti per terrorismo islamico. Gendron, una volta tornato in libertà è andato a combattere in Siria, dove è morto in da jihadista.

Nelle carceri italiane gran parte dei detenuti islamici non permettono agli agenti di toccare il Corano per controllare se c'è nascosto qualche messaggio fra le pagine. Molti non si fanno visitare dalle donne e chiedono infermiere con il velo. I detenuti più estremisti insultano gli agenti di guardia bollandoli come «razzisti o servi degli americani». I duri e puri dell'Islam addirittura protestano se una guardia porta una croce al collo.

In alcuni casi sono riusciti a far pubblicare lettere di protesta contro il sistema carcerario sui siti antagonisti. Uno dei fautori dell'alleanza dietro le sbarre con i terroristi rossi era Moez Fezzani ex ospite delle nostre galere. Il grande vecchio tunisino delle bandiere nere è stato catturato in novembre in Sudan, grazie all'intelligence italiana.

L'altro campo di battaglia della radicalizzazione jihadista viaggia su internet. Nel 2016 la polizia postale ha individuato 1.200 siti collegati ad organizzazioni islamiche. Ben Dhiab Nasreddin l'ultimo espulso, a dicembre, per «motivi di sicurezza nazionale» dalla provincia di Brescia, manteneva contatti via Facebook con personaggi ambigui. Karim Bnnk ha come copertina l'assassino dell'ambasciatore russo ad Ankara immortalato con la pistola fumante in mano. Ghassem Kchaou utilizza l'immagine di giovani miliziani armati e poi posta una foto scattata a Roma dell'ingresso della stazione Termini.

Fin dall'espansione dello Stato islamico nel 2014, cinquantenni convertiti italiani, utilizzavano la bandiera nera del Califfo come copertina su Facebook. Da Raqqa, «capitale» dello Stato islamico Abourassib Alitali, l' «italiano», che sostiene di arrivare da Milano, ha postato in rete video e proclami delle bandiere nere. Per non parlare delle pagine che non inneggiano direttamente ai terroristi, ma sono comunque radicali, come Musulmani d'Italia-organizzazione comunitaria. Spesso vengono oscurate d'autorità, ma poi rispuntano. Il sito di propaganda della guerra santa in Siria Bilad al Sham è stato cancellato 79 volte da Facebook.

In rete non mancano gli epitaffi dei «martiri» della guerra santa. Il marocchino Anass Abu Jaffar, che non può tornare in Italia, aveva postato una foto mentre guidava la preghiera fra i monti di Agordo di «un fratello italiano e due fratelli bosniaci tra cui uno è morto». Su di lui invocava la misericordia di Allah. Il «caduto» era Ismar Mesinovic, imbianchino di Longarone, «martire» in Siria per il Califfo.