Peggio che camminare sulle uova: stavolta l'Ue è costretta a muoversi sull'acqua. E tenere il passo dei repentini annunci e disannunci di The Donald. Dopo le sferzate sui dazi, ieri sera ha detto che non imporrà più tariffe aggiuntive del 10% sui prodotti provenienti da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia dal 1° febbraio. Avrebbe infatti "creato il quadro per un futuro accordo sulla Groenlandia" con il segretario generale della Nato Rutte. Gli europei, specie gli 8 Paesi che hanno inviato mini-contingenti a Nuuk senza cappello Nato per assecondare Copenaghen, restano guardinghi. Oggi toccherà al Consiglio europeo parlarne al vertice straordinario a Bruxelles a cui prenderà parte anche Von der Leyen. La presidente della Commissione europea ieri non si è fermata a Davos: avrebbe dovuto incontrare Trump, a cui anche il cancelliere tedesco Merz aveva chiesto un colloquio. Hanno scelto di far saltare i bilaterali, ufficialmente causa ritardo dell'arrivo della delegazione statunitense. Prendere tempo in cerca di unità continetale.
Ursula ha dato priorità all'Europarlamento, che ieri ha confermato tramite il presidente della Commissione commercio, Bernd Lange, il rinvio al via libera al patto sui dazi siglato sei mesi fa in Scozia, a cui il tycoon ha fatto seguire pressioni sull'Ue per ottenere l'isola senza colpo ferire. Per Lange, "Trump lo ha rotto". I 27 sono passati da "meglio un accordo che niente" alla spregiudicata realtà: dove un'intesa Usa-Ue messa nero su bianco dopo lunga trattativa può diventare carta straccia, come fosse scritta sull'acqua. E con Trump che minacciava pure dazi asimmetrici con Macron, del 200% su vini e champagne, per fargli cambiare decisione dopo il "No" al Board of Peace per Gaza (anche di questo discuterà il Consiglio oggi). Condotta della Casa Bianca che fa restare l'Ue sul chi va là. E con l'ipotesi di ricorso all'Aci, il "bazooka commerciale", sempre pronta; il quadro giuridico anti-coercizione con cui Bruxelles può contrastare le pressioni economiche esercitate da un Paese terzo contro l'Ue o singolo Stato membro affinché compia una determinata scelta, applicando o minacciando misure che incidono su scambi o investimenti. L'Aci, per cui ora pure la Germania ha aperto come deterrenza, fornisce all'Ue un'arma di risposta collettiva: nel 2023 per l'aggressività della Cina, mai usato, oggi sfoderabile verso un alleato Nato.
Fiducia minata e contromisure. Ma per quanto l'Aci preveda restrizioni su import/export di beni e servizi, limitazioni agli investimenti, ai diritti di proprietà intellettuale e all'accesso ad appalti pubblici Ue, segue una logica "a gradini" e tre step: deve accertare la coercizione; tenta soluzioni tramite dialogo; adotta in ultima ratio risposte. Far quadrato a 27 è complesso. Sul piatto restano pure nuove forme di moral suasion. Dall'improbabile boicottaggio dei Mondiali di calcio negli States (ipotizzato a Budapest nel 125° anniversario della federazione ungherese da una ventina di federazioni europee, Parigi ha già escluso l'opzione) alla scelta del fondo pensione danese Akademiker Pension di vendere i titoli di debito a lungo termine statunitensi. Secondo Les Echos, circa il 40% dei Treasury (emessi dal governo Usa per finanziare il proprio debito) sono al di fuori degli Stati Uniti; 3.600 miliardi di dollari in mano a investitori europei.
Con azioni e altri titoli, l'esposizione supera gli 8 mila miliardi. Il Segretario al Tesoro Usa è convinto che gli europei non venderanno. L'Alto rappresentante Ue Kallas chiama alla cautela: non butteremo via 80 anni di relazioni con gli Usa.