L'internazionale separatista e il rischio di un contagio dai fiamminghi a corsi e baschi

Il catalano si è rifugiato a Bruxelles, che è una delle Capitali più fragili d'Europa. Per seminare zizzania

L'internazionale separatista e il rischio di un contagio dai fiamminghi a corsi e baschi

L'indipendentista in fuga s'è fatto monatto. E ora sogna di disseminare la sindrome catalana nel resto d'Europa. A partire da quella Bruxelles trasformata nella sua nuova tana. Per capirlo basta ascoltarlo. «Ho voluto portare la questione, nel cuore dell'Unione Europea... Sono qui perché l'Ue deve farsi sentire - spiega ieri Carles Puigdemont, aggiungendo che parte dell'esecutivo di Barcellona rimarrà qui a lavorare». Insomma dopo aver cercato di far a pezzi la Spagna il destituito presidente catalano tenta di seminare la zizzania separatista nel resto del Continente. Da questo punto di vista la scelta di Bruxelles, gli va dato atto, è quanto mai azzeccata. La capitale del Belgio, oltre ad essere il cuore istituzionale di un'Unione assai male in arnese, è anche la capitale di una delle nazioni più fragili d'Europa. Una nazione dove l'unitarietà è da tempo puramente teorica e dove lo Stato non è minimamente in grado di contrastare un eventuale referendum secessionista. Anzi se ad organizzarlo fossero le Fiandre, da sempre le più insofferenti per la forzata convivenza con la Vallonia francofona, quel poco che resterebbe del Belgio e del suo Stato centrale non avrebbe né l'autorità, né la forza, né i mezzi per contrastare la voglia d'indipendenza fiamminga. Una voglia scritta non solo nella storia, ma anche nei numeri.

Se la sindrome catalana è mossa dalla presunzione, non del tutto comprovata, di essere la forza trainante dell'economia spagnola, nel Belgio l'egemonia fiamminga è difficilmente contestabile. Tramontata l'era del carbone, delle colonie e delle industrie sono le aziende e le società di servizi delle Fiandre a tenere in piedi lo Stato centrale garantendo, come rivela uno studio dell'Università di Leuven, i 16 miliardi di euro annui indispensabili per far quadrare i bilanci della depressa regione francofona. Quel salasso ha progressivamente moltiplicato il malcontento indipendentista. Dopo aver conquistato il più alto numero di seggi in Parlamento i nazionalisti della Nuova Alleanza Fiamminga sono - dal 2014 - un partito capofila all'interno della coalizione di governo guidata dal premier Charles Michel. In questo scenario, già assai instabile, l'invito a Bruxelles rivolto a Puigdemont da Theo Francken, sottosegretario di governo del partito nazionalista fiammingo, rischia di rivelarsi ulteriormente destabilizzante. E non solo per il Belgio.

La battaglia contro un'eventuale estradizione di Puigdemont manovrata da Francken e dai nazionalisti delle Fiandre minaccia di trasformarsi in una causa transnazionale capace di riscaldare nuovamente i cuori dei tanti indipendentisti che - dalla Corsica ai Paesi Baschi, dalla Sardegna alla Scozia - hanno già palpitato per la causa catalana. Ma dietro quella battaglia c'è anche l'attività insondabile di un movimento fiammingo che potrebbe trovare nuovi stimoli per mettere fine alla convivenza con i valloni spaccando in due non solo il Belgio, ma anche la capitale europea. Quanto basta per far riflettere e tentennare quegli euroburocrati che fin qui hanno difeso - non si sa con quanta convinzione - la causa di Madrid e condannato quella di Barcellona. Euroburocrati capacissimi - in un futuro non troppo lontano di convertirsi alla causa delle piccole patrie.

Anche perché la nascita di un'Europa delle regioni - capace di sostituire un giorno l'Europa degli Stati nazionali - rappresenterebbe l'antidoto migliore a quelle residue sovranità nazionali che i vertici dell'Ue dimostrano da tempo di non gradire.

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