Bandiere americane e israeliane bruciate in piazza, come da copione. Cori e manifesti con lo slogan "Morte all'America". L'Iran pro-regime festeggia il cessate il fuoco di due settimane, annunciato ma già minacciato dagli ultimi sviluppi, e grida alla "grande vittoria" e alla "grave sconfitta storica" per i suoi nemici, come l'ha definita il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Un risultato "frutto del sangue del nostro grande leader martirizzato Khamenei e del grande impegno di tutto il popolo sulla scena", ha spiegato il presidente Masoud Pezeshkian, che ha elogiato "l'unità nazionale, la pazienza e la forza militare durante il conflitto".
Il Grande e il Piccolo Satana, come Teheran definisce gli Stati Uniti e Israele, metteranno in pausa la macchina da guerra contro l'Iran, stando alla proposta di tregua che la Repubblica islamica ha annunciato di aver accettato. Il ricatto sullo Stretto di Hormuz sembra aver funzionato, Teheran ha di fatto preso il controllo del passaggio marittimo, che non aveva prima del conflitto. E il ricatto su Hormuz può essere ancora usato come una potentissima leva dall'Iran, oltre che un bancomat per ayatollah e pasdaran. All'orizzonte si intravede persino l'alleggerimento o la revoca delle sanzioni, e nei 10 punti in lingua farsi presentati dalla Repubblica islamica perché si arrivi a un'intesa, oltre alla fine permanente del conflitto, figura "l'accettazione dell'arricchimento" dell'uranio per il programma nucleare (che nella versione inglese però manca). Che l'intesa arrivi davvero, duratura, è una scommessa piena di incognite.
Il regime si vanta di aver resistito, di aver tenuto in piedi "il sistema" nonostante l'eliminazione della Guida Suprema Ali Khamanei e di decine di leader militari e politici, continua a tenere il suo popolo soggiogato e a nascondere i 450 kg di uranio arricchito. Ma non è tutto oro quello che luccica. Se è vero che Teheran sta resistendo al secondo conflitto in meno di un anno contro la più grande potenza al mondo, è altrettanto vero che la teocrazia è ancora sotto minaccia. I suoi simboli sono stati colpiti, il Leader Supremo è nascosto, gravemente ferito, e fonti interne riferiscono di una frattura ai vertici della dittatura, mentre i proxy terroristi sono in crisi. La capacità dell'Iran di lanciare missili si sarebbe ridotta del 90%, secondo fonti israeliane circa l'80% delle difese aeree iraniane è stato neutralizzato e danni significativi avrebbero colpito il programma nucleare. Gli iraniani pro-democrazia sono ancora nella morsa della repressione, che secondo l'attivista italo-iraniana per i diritti umani Pegah Moshir Pour "riprenderà ancora più legittimata", perché "la popolazione è di nuovo sola". Ma le strutture portanti del sistema coercitivo interno, dai compound dei servizi segreti alle stazioni di polizia, dalle basi dei basiji agli edifici giudiziari sono stati gravemente colpiti. Mehdi Parpanchi, direttore del sito di opposizione Iran International, con sede a Londra, è convinto che, se il regime continuerà con gli attacchi e la ricostruzione di ciò che ha perso, "una terza guerra sarà difficile da evitare", anche perché i Paesi della regione sono sempre più ostili a Teheran. "Il vecchio status quo è andato", spiega Parpanchi.
"Il conflitto può continuare o prendere una pausa", ma solo "per dare all'Iran la possibilità di accettare i termini" della "diplomazia coercitiva" di Donald Trump. "Con o senza un'altra guerra, i giorni del regime sono contati" commenta il direttore. Un'analisi che è ancora la grande speranza per oltre il 70% degli iraniani.