L'odio di Barbacetto verso il "fascio Ramelli"

Sul Fatto Quotidiano ilgiornalista pubblica un articolo che infanga la memoria di un ragazzo ucciso a sprangate per il semplice fatto di essere di destra

L'odio di Barbacetto verso il "fascio Ramelli"

Non c’è cosa più svilente di infangare la memoria di chi non c’è più con finalità di carattere politico, soprattutto se l'oltraggio è compiuto nei confronti di un ragazzo ucciso a sprangate durante di gli Anni di Piombo come Sergio Ramelli. Eppure c’è chi, ancora oggi, dalle colonne di un quotidiano attacca il "fascio Ramelli" riattualizzando un clima di scontro che dovremmo esserci lasciati alle spalle. È il caso di Gianni Barbacetto che sul Fatto quotidiano ha pubblicato un articolo dai toni sprezzanti emblematico già dal titolo Come si può inserire a scuola uno "spazio" per il fascio Ramelli?.

Il tentativo di etichettare qualsiasi vittima del terrorismo rosso come "fascista" richiama alla mente il motto "uccidere un fascista non è reato" e ripropone un artifizio comunicativo ben noto per giustificare certi episodi di violenza, il fatto che ancora oggi si definisca Ramelli come un "fascio" non solo è grave ma testimonia cattiva fede.

D’altro canto, già dall’incipit dell’articolo in cui Barbacetto mette sullo stesso piano i sei italiani condannati per terrorismo e arrestati in Francia con Ramelli, vittima del terrorismo, è emblematico del cortocircuito alla base del suo ragionamento.

Tutto nasce dalla proposta del capogruppo di FdI in regione Lombardia Franco Lucente che ha presentato un'interrogazione alla giunta chiedendo "aggiornamenti su progetti e iniziative nelle scuole lombarde per la ricorrenza della morte di Sergio Ramelli e dell'avvocato Enrico Pedenovi".

Secondo Barbacetto però, siccome alle recenti commemorazioni per la morte di Ramelli ci sono state alcune persone che hanno fatto il saluto romano, allora l’uccisione di Ramelli non deve essere ricordata nelle scuole, un ragionamento privo di senso logico.

Come sottolineato dall’europarlamentare Carlo Fidanza, Barbacetto "vomita odio contro la memoria di Sergio Ramelli" attualizzando una tesi che "da qualche decennio nessuno aveva più il coraggio di dire". Per il giornalista del Fatto, Ramelli non può essere considerato un eroe poiché "eroi si diventa per quello che si è compiuto da vivi, non per il fatto di essere morti". E aggiunge, con un vero e proprio oltraggio alla memoria del giovane milanese: "Non può essere considerato eroe chi in vita professava un'ideologia fascista che giustifica l'uccisione della libertà e dei diritti di ciascuno. Ha diritto, questo sì, alla giustizia che lui stesso non avrebbe concesso agli avversari, ma eroe, per favore, no".

Affermare che Ramelli "professasse un’ideologia fascista" per il fatto di essere iscritto al Fronte della Gioventù, non solo è una falsità ma infanga la memoria di un ragazzo che è stato barbaramente ucciso. Liquidare come "fascista" l’esperienza politica del MSI e del FdG e la sua complessa storia, significa esternare una superficialità disarmante.

Ma anche la descrizione dell'omicidio di Ramelli nelle parole di Barbacetto è sconvolgente: "Aggredito il 13 marzo 1975 a Milano da un gruppo di Avanguardia operaia che intendeva dargli una lezione a colpi di spranga e invece lo uccide". Quasi a voler giustificare gli assassini che in fondo volevano solo "dargli una lezione"...

Proprio pochi giorni fa, un altro giornalista del Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi, ha affermato che la destra si sente inferiore perché non ha "uno straccio di intellettuale da 300 anni", mentre l'articolo di Barbacetto su Ramelli è grondante di una presunta superiorità intellettuale. La verità è un’altra: una certa sinistra è incapace di un confronto con il mondo della destra istituzionale e culturale privo di paraocchi ideologici e basato su un rispetto reciproco. Finché si continuerà a voler negare il ricordo di un ragazzo ucciso a sprangate solo perché iscritto al Fronte della Gioventù e a considerare i morti di destra negli anni di Piombo come morti di "serie b", sarà impossibile un clima di rispettoso confronto tipico delle democrazie.

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