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Una logica pericolosa può essere un assist per Mosca e Pechino

Impossibile difendere Maduro, ma così non si rispetta il diritto

Una logica pericolosa può essere un assist per Mosca e Pechino
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Spezzare una lancia in favore di Nicolás Maduro è impossibile. Si possono comprendere le riserve di chi a proposito del drastico intervento americano, dell'"absolute resolve", teorizza la violazione del diritto internazionale, ma stiamo parlando di un dittatore senza scrupoli a capo di un regime che ha calpestato per più di un decennio i diritti umani (il nostro connazionale Alberto Trentini ne ha fatto le spese e ancora è detenuto nel Paese), di un tiranno che ha negato la libertà al suo popolo e se ne è infischiato di ogni regola democratica restando al potere grazie ai brogli elettorali. Per cui chiunque è animato da uno spirito liberale non può non rallegrarsi per la sua fine.

Come pure l'accusa di essere a capo di una nazione che copriva il narcotraffico (un'ipotesi tutt'altro che campata in aria per chiunque abbia idea di come sia ridotto oggi il Venezuela) può motivare un'azione militare. Non si tratta di alibi perché nell'epoca delle guerra ibrida la destabilizzazione sociale di un Paese utilizzando cocaina, fentanyl o quant'altro è un tema di prima grandezza visto che, a parte la questione giudiziaria, riempire le piazze americane di droga può rivelarsi un'arma efficace per demolire ogni regola di convivenza di uno stato.

Su questi argomenti, quindi, è difficile dare torto a Donald Trump. Ci sarebbe solo da chiedergli perché se la difesa della libertà e della democrazia sono valori che possono richiedere un intervento armato, addirittura - sono parole del presidente Usa - possono motivare la scelta "boots on the ground", cioè l'invio di soldati in un altro Paese, poi Trump lesini l'appoggio militare all'Ucraina aggredita e sia timido nelle sanzioni per indurre a più miti consigli l'aggressore. Per scoprirlo bisognerebbe addentrarsi nei circuiti mentali e negli interessi di The Donald, compito tutt'altro che semplice.

Il rebus però introduce un altro argomento usato dal presidente Usa per spiegare la spettacolare operazione della Delta Force, cioè il controllo del petrolio venezuelano. Ora dal punto di vista squisitamente geopolitico l'intervento per eliminare Maduro ha una sua logica: il dittatore assicurava alle autocrazie, in particolare modo alla Cina, un accesso privilegiato ai giacimenti dell'oro nero più ricchi del mondo. Riportarli sotto il controllo occidentale, sarebbe più giusto dire sotto il controllo americano, interviene non poco sugli equilibri della politica energetica globale. Solo che si offrono anche alibi agli avversari e si legittima la filosofia delle aree di influenza senza limiti in cui le superpotenze possono fare quello che vogliono. Se il controllo del petrolio può giustificare un intervento in Venezuela, Putin può spiegare la guerra in Ucraina con lo sfruttamento delle miniere di terre rare nel Donbass e Xi motivare il desiderio spasmodico di annettersi Taiwan con l'obiettivo di dominare la produzione di "chip".

Insomma, una logica del genere fa entrare il mondo in territori pericolosi. Sarebbe consigliabile, invece, garantire al Venezuela un governo democratico, nato da elezioni regolari, che non fosse altro per affinità si schiererebbe più con l'Occidente che non con le autocrazie o le tirannie.

Della lezione venezuelana dovrebbe far tesoro però anche l'Europa: nel mondo d'oggi ti garantisci solo se hai le dimensioni di una superpotenza come Stati Uniti, Russia o Cina. L'unità europea, a questo punto, non è una scelta ma un obbligo.

In più un intervento così brutale su uno Stato sovrano mette una pietra tombale su ogni sovranismo. Sempreché non si voglia fare il testa coda in cui si è cimentato Victor Orbán che nel contempo si ritrova ad essere grande amico del detenuto Maduro e del secondino Trump.

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