Londra, trionfa Corbyn "il rosso". È il funerale del Labour di Blair

Con il 59,5% dei voti, l'outsider diventa leader e umilia i centristi. È la fine di un'epoca. La prima mossa: una marcia pro rifugiati

Londra, trionfa Corbyn "il rosso". È il funerale del Labour di Blair

La base in festa, i vertici che celebrano un funerale. E la destra che assiste allo spettacolo e annuncia tra l'ironico e il disperato: «Il corpo (del Partito Laburista) sarà cremato e le ceneri portate a Islington» (Dan Hodges sul Telegraph ). L'incoronazione di Jeremy Corbyn alle primarie del Labour non è solo il trionfo del leader più a sinistra che la sinistra inglese ricordi. È anche l'addio alla dirigenza politica di maggior successo della storia del partito. Con il 59.5% delle preferenze, il sostegno dei sindacati e i voti di qualche militante di destra che si è iscritto per dispetto alle primarie aperte anche ai non tesserati, Corbyn non umilia solo gli avversari interni Andy Burnham (19%), Yvette Cooper (17%) e Liz Kendall (4.5%). Con il consenso di sei elettori su dieci, il pacifista Corbyn supera anche la soglia del 57% che nel 1994 diede inizio alla marcia trionfale di Tony Blair verso il 10 di Downing Street, dove restò al governo per tre mandati consecutivi. La stella di Corbyn brilla sul palcoscenico della sinistra inglese mentre il sipario cala sul New Labour e sul Blairismo. La base celebra la storica vittoria di un outsider arrivato alla leadership per caso, la vecchia guardia fa le valigie e lascia le chiavi del partito. Jamie Reed, che finora si è occupato di Salute nel governo Ombra dello sconfitto Ed Miliband, si dimette pochi minuti dopo l'annuncio del trionfo, in polemica con la virata a sinistra del nuovo leader. Si prevede che altri dodici membri dell'esecutivo di opposizione lasceranno a breve il proprio posto. È il segno che i centristi sono stati umiliati e scappano, che la vecchia leadership è a pezzi e che il Labour è tutto da ricostruire e dovrà vedersela con una combattiva fronda interna.

«La gente è stanca dell'ingiustizia e della diseguaglianza». I Conservatori hanno usato la crisi «per imporre un fardello sui poveri»: sono state queste ieri le prime parole di «re Corbyn», che ha già annunciato un'eclatante uscita pubblica, sabato prossimo, a una manifestazione in favore dei rifugiati, e contro la linea dura del governo conservatore. I migranti «sono vittime delle guerre, non sono il problema». Sessantasei anni, deputato di Islington Nord (fortino laburista) dal 1983, pacifista di ferro e attivista pro-Palestina, Corbyn fino a ieri era una comparsa (e non a caso ha ottenuto, a due minuti dalla chiusura delle registrazioni, le firme necessarie per la candidatura alle primarie). Ora è il vendicatore che vuole affossare le politiche di austerity del governo conservatore di David Cameron. A differenza di molti compagni di partito (e lui stesso ama chiamarli ancora « comrades ») e dei suoi avversari nella corsa per la leadership del Labour, in Parlamento ha votato «No» alla guerra in Irak, «No» ai tagli al Welfare, «No» all'aumento delle tasse universitarie e al programma di difesa nucleare Trident. La sua Corbynomics prevede la rinazionalizzazione delle Poste, delle Ferrovie e del settore energetico. Quanto basta per far inorridire i Conservatori ma anche le vecchie stelle del partito. «La sua è la politica di Alice nel Paese delle meraviglie », ha già avvertito Tony Blair. Sotto la sua guida, e a causa della sua sterzata a sinistra, il Labour «potrebbe restare per vent'anni fuori da Downing Street». Intanto il governo, per bocca del ministro della Difesa Michael Fallone avverte: «Il Labour è ora una seria minaccia alla sicurezza nazionale, a quella dell'economia e delle famiglie».

Corbyn intanto festeggia chiamando dalla sua i militanti delusi del New Labour: «Io dico a quelli che ritorneranno, che c'erano prima e che era disillusi e sono tornati: bentornati a casa». Molti elettori di sinistra riscopriranno l'ovile, magari abbandonando l'Ukip di Nigel Farage, ma il nodo politico è: quanti centristi riuscirà ad attrarre Corbyn «il rosso»?

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