Hormuz or Kharg? La domanda nelle ultime ore è rimbalzata dallo Studio Ovale alle sale operative del Pentagono. "La mia preferenza è sempre stata quella di prendere l'isola di Kharg" ma "non so se gli Americani hanno lo stomaco per farlo" - ha risposto, sibillino come sempre, un Donald Trump ai microfoni di Fox News. Ma nelle ore concitate di ieri c'era poca voglia di scherzare. Anche perché tutti - dai comandanti americani al Pentagono a quelli sul campo - temevano che il tempo della trattativa, tanto a lungo inseguita dal Presidente, fosse definitivamente tramontato. E con essa anche quello delle strategie indefinite.
Le carte navali da questo punto di vista parlano chiaro. L'isola di Kharg e i suoi terminali petroliferi si trovano 483 chilometri a nord est di Hormuz. Quindi un eventuale sbarco sull'isola richiederebbe il passaggio da uno stretto ancora sotto controllo iraniano ed una navigazione di oltre 400 chilometri in un Golfo Persico non ancora ripulito dalla minaccia iraniana. Quindi, volendo fare le cose in ordine, il primo impegno delle forze statunitensi è sbloccare Hormuz colpendo le installazioni missilistiche situate su coste e isolotti e distruggendo i barchini veloci dei pasdaran. Ma la riapertura di Hormuz è prioritaria anche dal punto di vista politico e strategico. Una presa statunitense dello Stretto sarebbe vista a a livello globale non come una semplice vittoria americana, ma come un'azione indispensabile per la difesa dei commerci, il ripristino della libertà di navigazione e la salvaguardia dei mercati internazionali. E questo non solo perché garantirebbe nuovamente il passaggio del 20 per cento del petrolio scambiato sui mercati internazionali.
Riaprire Hormuz significa anche consentire il transito dei fertilizzanti indispensabili ad un mercato agro alimentare mondiale minacciato dalla carestia in molte regioni di Africa ed Asia. E - non ultimo - restituire ai paesi del Golfo la possibilità di ricevere i materiali e i manufatti indispensabili per il mantenimento delle loro strutture commerciali turistiche, evitando il collasso economico e finanziario della regione. Peraltro la "preferenza" di Trump per la conquista di Kharg ha poco senso non solo dal punto di vista strategico, ma anche da quello economico. L'ipotesi di un controllo del greggio iraniano simile a quello esercitato dopo il cambio di regime nel Venezuela di Nicolas Maduro è decisamente azzardata. Kharg è un terminale ed è chiaro che i "pasdaran" chiuderebbero i propri pozzi piuttosto che permettere al "Grande Satana" di controllare le vendite del loro greggio. O in alternativa tenterebbero di deviare il petrolio verso il terminale di Jask situato nel Golfo di Oman ed oltre lo stretto di Hormuz. Dunque per controllare effettivamente il petrolio in transito da Kharg l'Amministrazione Trump dovrebbe prima mettere in atto un cambio di regime.
Ma quest'opzione non sembra al momento alla portata né dell'America, né di un governo israeliano che in passato aveva scommesso proprio su quell'eventualità. In tutto questo anche il costo in vite umane appare sproporzionato rispetto al risultato strategico.
Per prendere il controllo dell'isolotto - vasto appena venti chilometri quadrati e distante 25 chilometri dalla terraferma iraniana -gli americani devono mettere in conto la perdita di almeno qualche decina delle migliaia di marines mandati ad espugnare l'isola. E questo è decisamente troppo per lo stomaco degli americani. Ma forse anche per quello di Donald Trump. Soprattutto con i mondiali di calcio in casa. Ed il voto di "mid term" a meno di cinque mesi.