Un festival dedicato al coraggio delle parole ha escluso uno scrittore per una parola coraggiosa. Erri De Luca non aprirà Salerno Letteratura perché ha rivendicato il senso originario di "sionismo" e ha negato che a Gaza sia in corso un genocidio. I direttori parlano di "valori non negoziabili" e di mancata "identità di vedute". Tradotto: c'è una versione ufficiale, ed è quella della sinistra politicamente corretta. Ci stai? Bene. Non ci stai? Male. Sei fuori. L'interdizione non ha colpito un reazionario, ma De Luca, l'uomo della Val di Susa, lo scrittore più a sinistra d'Italia. È bastato che dissentisse su un punto, che non chiamasse genocidio ciò che la vulgata impone di chiamare genocidio, e l'idolo è diventato eretico nello spazio di un comunicato stampa. L'ortodossia non ha bisogno di nemici a destra, se li fabbrica in casa: abolisce i distinguo, divora i tiepidi, e più illustre è la preda più alto è il valore del sacrificio. De Luca aveva persino fatto ammenda, aveva ribadito di condividere la causa palestinese, aveva chiesto scusa. Non è servito. Il politicamente corretto non perdona (a differenza, per dire, di Dio). E giù la foglia di fico: nessuna censura, dicono dal Festival, gli abbiamo tolto la prolusione ma può sempre tenere il suo incontro, in un'altra sezione. De Luca ha rifiutato, comprensibilmente. Gli si nega l'atto che apre e "detta la linea", gli si concede uno strapuntino, e si pretende pure gratitudine. Declinare era l'unica risposta degna. E pensare che un festival così dovrebbe fare l'esatto contrario. Una rassegna che mette la parola al centro esiste per alimentare il dialogo, per far collidere le tesi, non per reprimerle.
Ma la vicenda è la fotografia esatta del dibattito italiano: non c'è alcun dibattito. C'è una linea, e chi prova a discuterla viene messo alla porta. A Salerno avevano uno scrittore disposto a parlare, e hanno scelto di farlo tacere. Lo chiamano festival della parola.