L'uomo dei veleni che non ha protetto il "capo"

Il porporato e i sospetti di aver contribuito ad alimentare le voci anti-bergogliane

Sparito. Nessuno l'ha più visto all'udienza del mercoledì ed è uscito dai radar della routine vaticana. Al massimo, secondo il Messaggero, Padre Georg è stato avvistato a Lourdes, un'apparizione improvvisa, quasi fiabesca, come nelle fiction papali di Sorrentino. Le ipotesi si sprecano e si intrecciano, ma l'impressione è che un periodo di decantazione sia necessario dopo il pasticcio - ma è stato solo questo? - dell'articolo di Benedetto XVI trasformato in un caso editoriale, con tanto di firma dell'ingombrante pontefice emerito a fianco del cardinale Sarah. In quell'occasione era parso addirittura saltare il miracoloso equilibrio fra Ratzinger e il suo successore, apparentemente tirato per la tonaca da Benedetto sul tema delicatissimo del celibato in vista del sinodo sull'Amazzonia. Ancora non si è ancora capito quanto l'ingenuità dei protagonisti o la malizia di qualche colonnello con i gradi dei Sacri Palazzi abbia innescato un cortocircuito pericolosissimo.

Certo, comunque sia andata, padre Georg non è riuscito a proteggere il suo principale con cui collabora da molti anni e che lo chiamò prima alla Congregazione per la dottrina della fede, nel '96, e poi lo volle come segretario particolare a San Pietro. Forse, il sacerdote tedesco non aveva misurato tutte le implicazioni di quell'operazione mediatica e forse gli era sfuggito il velenoso upgrade di Benedetto, promosso coautore quasi a sfidare Bergoglio. Anche due anni fa lui, che era stato l'uomo più influente della curia, si era trovato in grande difficoltà per via di un altro documento. La lettera riservata inviata da Benedetto al prefetto Dario Viganò che l'aveva invece resa pubblica, dimenticando le righe in cui Ratzinger prendeva le distanze da un teologo, utile invece, in quella circostanza, per celebrare il pensiero di Bergoglio. Amarezze. Incomprensioni. Voci incontrollabili e strumentalizzazioni. Oltre alle dimissioni a razzo di don Viganò. Ma sempre lasciando aleggiare il sospetto che ci fosse dietro le quinte qualche manina non troppo fedele nell'interpretare il silenzio che Benedetto si era imposto. E invece in un modo o nell'altro si è passati al clamore, alle frizioni, alle dietrologie che sotto il Cupolone non hanno certo bisogno di essere alimentate. Troppo di tutto, come già era accaduto per lo scritto, l'ennesimo di Benedetto, sulla pedofilia e il '68. Meglio sloggiare per un po', magari su input di Francesco: Benedetto si è ritrovato troppe volte in una prima linea che aveva abbandonato consapevolmente nel 2013.

Qualcosa non quadra. E appanna l'immagine di Georg Gänswein, a sua volta costretto a destreggiarsi davanti all'imprevista coabitazione di Benedetto e Francesco. Chissà. Don Georg ha sempre parlato poco e ha sempre cercato di non far parlare di sé, ma di chi gli stava accanto. Figlio di un fabbro in un villaggio della Foresta Nera, primo di cinque fratelli, Georg in gioventù fa il postino, suona il clarino nella banda del paese, ascolta i Pink Floyd ma, al di là dei pettegolezzi, non si è mai fidanzato. Diventa prete, studia diritto canonico, conosce Ratzinger. Ma gioca anche a tennis e pure negli anni del pontificato di Benedetto il martedi, quando può, stacca e va a sciare sul Terminillo. Con performance alla Wojtyla, lontanissime dall'antisportivo Ratzinger. È un uomo bellissimo e subito gli appiccicano l'etichetta di Clooney del Vaticano. Lui ribatte, un po' stizzito : «Essere belli non è peccato». Chiacchiere e spilli di maldicenza che non intaccano il suo profilo e il suo impegno, con la promozione ad arcivescovo e prefetto della Casa pontificia. La scivolata è arrivata dopo, dopo il passo indietro di Benedetto, in quel limbo forse inatteso e chissà quanto metabolizzato che nessun profeta avrebbe potuto predirgli.

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