Mafie, donne e guerre. Addio al re dell'azzardo

Cominciò con 10 dollari, ha fatto di Macao la regina dei casinò. Senza scommettere mai

Mafie, donne e guerre. Addio al re dell'azzardo

Il gioco d'azzardo ne aveva fatto uno degli uomini più ricchi dell'Asia, ma lui si guardava bene dal puntare anche un solo dollaro al casinò. Arrivato a quasi cent'anni di età, Stanley Ho, l'uomo che aveva trasformato Macao nella Las Vegas d'Oriente, non si stancava di ripetere ai suoi figli e ai suoi amici migliori di evitare di giocare forte, e anzi insisteva «se potete, non scommettete affatto». Evidentemente conosceva le regole del gioco, e doveva aver assistito a troppe tragedie. La storia di Ho, morto ieri in un ospedale dell'ex colonia portoghese sulla costa meridionale della Cina, è quella di un imprenditore che univa logica e sregolatezza in un mix che aveva fatto di lui un personaggio da film.

Quasi sessant'anni fa, nel 1961, Ho era stato il primo a ottenere una licenza per aprire una casa da gioco a Macao, e seppe in breve tempo trasformare la decadente città coloniale in una capitale mondiale dell'azzardo. Se ancor oggi Macao (tornata sotto la sovranità cinese nel 1999) ricava quasi il 90 per cento delle sue entrate fiscali dal gioco lo deve a lui, il fondatore dello spettacolare casinò «Gran Lisboa», che per quarant'anni aveva mantenuto il monopolio del settore arricchendosi spropositatamente. Solo nel 2002, le nuove autorità locali aprirono il settore agli investitori stranieri, che fecero all'ormai ottantenne Ho una concorrenza spietata. Non tale, però, da metterlo in ginocchio: il vecchio re dei casinò aveva da tempo diversificato i suoi interessi, e la sua Sociedade de Turismo e Diversoes de Macau si occupava ormai anche di corse di cavalli, di alberghi di lusso e perfino di elicotteri. Abbastanza per mantenere senza problemi i diciassette figli che aveva avuto da quattro donne diverse.

Milionario già a 24 anni, Stanley Ho era in realtà originario di Hong Kong: era nato in una famiglia mista euro-asiatica, una delle quattro più ricche di Hong Kong. A soli 13 anni, però, suo padre si era rovinato ed era scappato in Vietnam, lasciando la famiglia nell'indigenza. Le disgrazie non erano finite: quando i giapponesi invasero la Cina e attaccarono Hong Kong, il giovane Ho dovette trovare rifugio a Macao, che grazie alla neutralità del Portogallo conservava almeno in parte la propria autonomia. In quel piccolo mondo perfetto per il contrabbando, il figlio spiantato del tycoon di Hong Kong cominciò la sua scalata, partendo quasi come in un fumetto di Paperon de' Paperoni con soli dieci dollari guadagnati prima di scappare davanti all'esercito del Sol Levante.

Ho lavorò in una società che contrabbandava alimentari e generi di lusso, poi investì nel mattone e nel carburante, infine scoprì la sua vera vocazione: le case da gioco. Ridiventato ricchissimo, si fece amare per la filantropia e l'eleganza, e detestare da molti per i suoi (mai provati) legami con le Triadi, la mafia cinese, e per i rapporti poco limpidi con la Corea del Nord. Amava il tango e le stravaganze (tentò perfino di mediare con Saddam Hussein per evitare la guerra del Golfo), ma soprattutto il suo lavoro: non mollò la presidenza del suo gruppo fino all'età di 96 anni.

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