Marino: "Se mi fossi candidato mi avrebbero votato in massa"

L'ex sindaco di Roma: "Quando Ozzimo e Coratti vennero indagati, non mi dimisi per il bene della città"

Marino: "Se mi fossi candidato mi avrebbero votato in massa"

"Credo che se mi fossi candidato avrei avuto ottime possibilità di vincere. Molti romani sono arrabbiatissimi per la ferita determinata dalla mia cacciata e sarebbero andati a votare in massa per ristabilire la democrazia nella loro città. Se ho scelto di non candidarmi è stato soprattutto per ragioni personali e familiari". L'ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, in un'intervista al Giornale.it spiega i motivi della sua mancata ricandidatura. "La campagna scatenata contro di me, che ha contribuito alla mia caduta, ha sottoposto la mia famiglia a un livello di stress insostenibile. Ci ho pensato, e ho deciso che non era il caso ma - prosegue l'ex sindaco - il mio obiettivo, se il Pd non avesse preso la scellerata decisione di interrompere il mandato dal notaio, era certamente continuare fino al 2023: non si cambia davvero una città come Roma in pochi mesi".

Ma durante la prima presentazione del suo libro dichiarò, appunto, di non volersi ricandidare ma nello stesso tempo annunciò di voler appoggiare una persona espressione del movimento “Parte Civile – marziani in movimento”, nato per sostenere il suo operato di sindaco. Alla fine, però, questa lista non si è presentata. Non siete riusciti a trovare un degno candidato?

Abbiamo preso atto che non c’erano le condizioni né i tempi per presentare una candidatura. Il confronto che Parte Civile ha avuto per valutare se candidarsi o no, ha rappresentato una crescita del movimento, nel senso di intransigenza sui punti qualificanti del programma. Il lavoro non si è fermato, anzi, Parte Civile sta crescendo in tutta Italia.

Ora, se il ricorso presentato da Stefano Fassina non sarà accolto il campo della “sinistra”, a Roma, sarà rappresentato solo dal renziano Roberto Giachetti. Lei, in tal caso, chi voterebbe?

Sceglierò sulla base dei contenuti dei programmi e registro che a poche settimane dal voto non sono ancora stati resi noti.

Prima Stefano Graziano, presidente del Pd campano, poi il sindaco di Lodi Simone Uggetti e infine l’eurodeputato Renato Soru. Nel Pd c’è un problema di “questione morale” o sono casi isolati? Lei pensa che Matteo Renzi stia affrontando il tema nel modo giusto oppure sbaglia a innescare una polemica con i magistrati?

Noto come la politica si senta sotto scacco da parte della magistratura. E questo, al di là dei casi specifici, non è sano. È un problema diffuso e anche i 5 Stelle, che spesso hanno cavalcato le inchieste per trarne un vantaggio politico, ne sono adesso condizionati. C’è troppa strumentalizzazione politica sulle inchieste. A rimetterci è la democrazia.

Anche i sindaci pentastellati di Livorno e Parma, Filippo Nogarin e Federico Pizzarotti, hanno ricevuto un avviso di garanzia e, dopo il caso Quarto, anche i Cinquestelle sembrano avere un problema di legalità. Crede che basti un avviso di garanzia per far dimettere un sindaco?

No, assolutamente. Le indagini devono andare avanti, ma i sindaci devono poter continuare a lavorare. A meno che dalle indagini non emergano con assoluta evidenza comportamenti gravissimi, infamanti e incompatibili con la carica. Non mi pare sia il caso di Nogarin, che è sotto inchiesta per aver assunto dei precari. Quanto a Pizzarotti, l’avviso di garanzia è per la nomina di un direttore di teatro e di un consulente. Questi casi non sono certo da dimissioni. Dimostrano semmai che fare il sindaco sta diventando quasi impossibile.

Parlando sempre di legalità, nel suo libro racconta del coinvolgimento del suo (ex) partito nelle vicende di Mafia Capitale. Quando scoppiò il caso e lei vide che anche il suo assessore alla Casa Daniele Ozzimo e il presidente del Consiglio municipale, Mirko Coratti, erano indagati, perché non si dimise? Se non sbaglio, Lei disse perché voleva approvare il bilancio. Ma non era rischioso farlo passare con i voti dei consiglieri di un partito finito nella bufera di una vicenda giudiziaria come quella?

Il Pd è ancora il mio partito, quindi tolga pure l’’ex’. Avrei dovuto portare al voto Roma nel 2014? È un dubbio che ho ancora, ma credo di aver fatto bene a non farlo. Ho scelto l’interesse della città, la necessità di approvare il bilancio per poter operare successivamente secondo le regole e non in regime provvisorio. Le dimissioni poi avrebbero dato un segnale sbagliato: come tutti sanno né io né i miei assessori abbiamo nulla a che fare con la Mafia.

Fermo restando che lei non è coinvolto minimamente nel caso di Mafia Capitale e che il procuratore Pignatone difese il suo operato, per molti lei resta “un marziano”. Questo è un appellativo di vanto oppure è segno di uno scarso rapporto con la città, con il Pd romano e con i suoi alleati, come alcuni commentatori hanno più volte sottolineato ricordando anche le numerose di dimissioni di assessori che sono pervenute nella sua scrivania in due anni e mezzo?

Io credo di essere stato scelto dai romani proprio perché “marziano”, cioè estraneo alle logiche di potere e spartizione che a Roma erano diventate la regola. Ho vinto le primarie, ho vinto il primo turno e anche il secondo turno delle elezioni, con il 64% dei voti, proprio perché proponevo una rottura con quelle logiche. Questo si è poi scontrato con ambienti diffusi e potentissimi che dall’Amministrazione romana erano abituati a ottenere favori e privilegi a spese dei cittadini.

Nel suo libro lei cita Salvatore Buzzi solo due o tre volte eppure nel 2013 appena eletto sindaco dichiarò di voler destinare il primo stipendio alla cooperativa 29 giugno. Fermo restando che lei non sapeva cosa si nascondesse dietro quella cooperativa, che cosa ha provato quando è venuto allo scoperto il marcio che si nascondeva dietro il sistema dell’accoglienza? Come mai non ha affrontato questo problema nel suo libro? E, se fosse ancora sindaco come lo risolverebbe? Chiuderebbe i campi rom?

Bisogna servire i poveri e non servirsi di loro. Anche solo il dubbio che alcune cooperative fossero dei profittatori mi ha allarmato e amareggiato. Quanto ai campi rom, noto come sia un problema che torna all’attenzione pubblica solo nel corso delle campagne elettorali. Penso al campo vicino a Tor Sapienza che venne aperto negli anni ’90 dal sindaco Rutelli come “provvisorio” ed e` ancora oggi oggetto di dibattito elettorale. Lo stesso Alemanno aveva promesso provvedimenti drastici che poi si è visto non sono realizzabili. Il problema si affronta pretendendo e garantendo legalità ovunque in città, compreso nei campi rom.

Un altro grave problema è quello dei rifiuti. Nel suo libro spiega che era necessario chiudere Malagrotta ma, da cittadino che vive a Roma, mi chiedo perché non abbia provveduto prima a costruire gli impianti di smaltimento. Ora il 90% dei rifiuti viene lavorato in altre Regioni e sono loro a guadagnarci, mentre a perderci sono i romani che, anzi, si ritrovano Roma ancora parecchio sporca… Perché?

Tenere aperta Malagrotta era contro la legge e dal 2007 eravamo in infrazione delle norme dell’Europa. In realtà, adesso e` Roma a guadagnarci con la differenziata. Pensi che quando sono stato eletto sindaco Roma affidava 160.000 tonnellate l’anno di carta ai privati e li pagava, con i soldi dei romani, 15 euro a tonnellata. Con la mia Giunta abbiamo avviato una gara europea e adesso Roma riceve, invece di dare, 25 euro a tonnellata. Prima perdevamo solo sulla carta 2.5 milioni di euro, oggi ne guadagniamo oltre 4 milioni. Così nel 2016 i romani e le romane vedranno comparire nelle strade 22.000 cassonetti nuovi e pagheranno il 5% in meno di tasse per i rifiuti. Attendere la costruzione di impianti di smaltimenti avrebbe significato non chiudere mai Malagrotta. E invece andava fatto.

Lei ha definito il suo libro “un libro liberale” perché, durante la sua amministrazione, ha cercato di liberare il Comune dal peso di alcune partecipate. Perché non ha dismesso anche l’Atac dato che la soluzione più logica sarebbe stata quella del fallimento e la liberalizzazione completa del trasporto pubblico?

Io avevo innanzitutto la responsabilità di far trovare ai romani gli autobus alla fermata, e non era scontato. Quando sono arrivato, Atac era in perdita di 874 milioni, praticamente fallita. Ma se l’avessi fatta fallire, chi avrebbe portato i romani al lavoro il giorno dopo? Ma nel rispondere pienamente alla sua domanda mi pongo un interrogativo: perché il commissario del Governo Renzi ha fermato il processo di liberalizzazione bloccando ad esempio la vendita delle Assicurazioni di Roma? Roma è l’unica città che possiede una compagnia assicuratrice.

Rimanendo sempre in tema di trasporto pubblico Lei, nei suoi 2 anni e mezzo, ha dovuto, proprio a causa dei debiti, tagliare 70 linee di bus Atac, ma ha anche aumentato il costo delle tariffe per le auto in zona ztl e ha pedonalizzato il “Tridente” e i Fori Imperiali. Non le sembra un po’ troppo tutto insieme?

L’aumento delle tariffe e le pedonalizzazioni servono, oltre a restituire ai cittadini zone meravigliose della città, a scoraggiare i flussi di automobili verso il centro, che sono uno dei gravi problemi relativi al traffico di Roma. Scoraggiando il traffico privato si dà respiro alle strade e si permette al trasporto pubblico di circolare più speditamente. Quello che abbiamo avviato è un circolo virtuoso. Ricordo che in ventotto mesi ho aperto la metropolitana C e dotato Roma di 21 nuove stazioni.

A proposito della pedonalizzazione dei Fori, quando la portò a termine dichiarò con orgoglio che, ora, i romani avrebbero potuto camminare sulle strade dei Cesari ma, per arrivare a calpestare quei sanpietrini i romani o i turisti devono camminare su marciapiedi disastrati oppure fare lo slalom tra una buca e l’altra quando guidano. Era davvero una priorità questa pedonalizzazione?

Sono due cose diverse. La pedonalizzazione dei Fori è un progetto che esiste da decenni e che nessuno aveva avuto il coraggio di portare avanti, per paura di scontentare i tassisti, i commercianti e i residenti di quell’area, che come si sa sono molto potenti. Ma era ed è necessario: è assurdo che il Colosseo, il monumento più noto al mondo, venisse usato come una rotatoria. Inoltre, della creazione del più grande parco archeologico della terra si discute dal tempo della legge Baccelli del 1887. Non le sembra che dopo 130 anni si potesse passare dalle parole ai fatti o dovevano attendere ancora un altro centinaio di anni? Quanto alle buche, è un problema immenso, che riguarda il modo in cui sono state fatte le strade a Roma negli ultimi quarant’anni. A Roma ci sono circa 5.500 chilometri di strade, andrebbero riasfaltati tutti a norma di legge.

Fatto salvo il principio che non esiste un diritto più importante di un altro, crede davvero che un sindaco debba occuparsi del riconoscimento delle coppie di fatto oppure questo è un compito per il governo nazionale? Lei, con le sue competenze da amministratore locale, non avrebbe forse dovuto occuparsi anche dei diritti dei disabili oppure pensa che Roma sia già una Capitale a misura di disabile? Le faccio presente che in molte stazioni di metro gli ascensori o non ci sono o non funzionano…

Non vedo motivi per mettere in contrapposizione due diritti. I diritti delle coppie omosessuali sono importanti e sono orgoglioso della battaglia che ho fatto. Gli interventi per eliminare tutte le odiose barriere architettoniche sono assolutamente urgenti.

Lei ha fatto una campagna contro i camion bar di Tredicine che, per quanti difetti possano avere, mi pare abbiano tutte le licenze in regola per svolgere il loro lavoro. Perché non ha avuto la stessa determinazione nel combattere i venditori ambulanti, molti dei quali sono nel nostro Paese come ‘immigrati irregolari’ e imperversano in via dei Fori Imperiali o vicino al Vaticano vendendo merce contraffatta? Un discorso analogo si potrebbe fare anche per i mercatini di merce rubata improvvisati dai rom…

Spostare i camion bar dai siti più belli di Roma è stato difficilissimo ma necessario, rispondeva a una richiesta della città e ha restituito al mondo spazi unici. Il contrasto al commercio abusivo è stato fatto, ma con il breve tempo a mia disposizione, ventotto mesi, non ho potuto completare ciò che ho iniziato. Se il Pd non fosse andato dal notaio con alcuni consiglieri degli schieramenti di Marchini e Alemanno oggi saremmo avanti anche in questo settore.

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