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Emanuele Filiberto: "Mattarella riporti in Italia le spoglie dei miei nonni"

L'appello a ottant'anni dall'esilio: "Umberto II e Maria José possano ora riposare al Pantheon"

Emanuele Filiberto: "Mattarella riporti in Italia le spoglie dei miei nonni"

"La maggior parte dei ricordi che ho di mia nonna Maria José sono legati alla domenica, quando andavo a trovarla a Le Château de Merlinge, la sua residenza in Svizzera. In fondo al giardino c'era una capanna dove amava tagliare la legna personalmente: segava i ceppi prima con il braccio destro, poi con il sinistro, era un po' la sua ginnastica quotidiana. Spesso l'accompagnavo ed era l'occasione per ascoltare i suoi racconti: è stata molto generosa nello spiegarmi tante vicende che da ragazzino non conoscevo. Era una grande storica, ha anche scritto molto su Casa Savoia.

"A lei, donna straordinariamente colta e affascinante, che fu principessa e attivista politica allo stesso tempo, anticonformista fino all'ultimo, a lei che aveva la civetteria di bere whisky con la cannuccia per non rovinarsi il rossetto ho intitolato il mio libro, La Regina di Maggio (Sperling & Kupfer editore): seppur per un mese soltanto, Maria José è stata l'ultima sovrana d'Italia, l'ultima magnifica testimone diretta di quel periodo".

Intervistiamo Emanuele Filiberto di Savoia proprio nei giorni in cui si festeggiano gli 80 anni della Repubblica e quel voto che vide per la prima volta le donne alle urne in tutta Italia: il referendum sancì la fine della monarchia e fu per i Savoia l'inizio dell'esilio.

"Mi fa piacere ricordare che nel febbraio 1945 fu proprio mio nonno Umberto II, allora luogotenente del Regno, a firmare il decreto che estese il voto alle donne. In occasione degli 80 anni della Repubblica italiana, mi permetta questa riflessione: prima, ci sono stati 85 anni di Regno Sabaudo. L'unità d'Italia nel 1861 con Vittorio Emanuele II, il primo re; poi Umberto I, il secondo sovrano, e Vittorio Emanuele III, che regnò nel periodo dolorosissimo e difficile delle due guerre. Ritengo che non si possa mettere un bollino rosso su tutti quegli 85 anni a causa del tragico ventennio fascista, che io ho sempre condannato con totale fermezza. Spero che ora l'Italia sia abbastanza matura per riconoscere questa eredità e non cancelli, né dimentichi, la memoria del passato".

La regina di maggio è il racconto della storia della famiglia Savoia: ma è anche un compendio di aneddoti e curiosità, storici e mondani, poco conosciuti. Molti raccolti proprio dalle parole di nonna Maria José. Come il fidanzamento, infinito, fra lei e il principe Umberto, destinati per volere delle famiglie. "Come tutti quelli delle corti europee, anche il loro fu un matrimonio combinato", racconta Emanuele Filiberto. "Si incontrarono la prima volta da bambini, lui 13 anni e lei 11, a Venezia. Lei principessa della famiglia reale belga, anticonformista e modernissima, lui principe educato invece alla disciplina e al rigore: erano molto diversi. Quasi non si guardarono, ma la nonna ricordava un dettaglio: aveva con sé della mollica di pane da dare ai piccioni. Umberto la riprese: per lui quello era uno spreco. Erano gli anni della prima guerra mondiale e il pane era sacro.

"Il fidanzamento avvenne molti anni dopo, in Belgio, e quasi mio nonno ci rimise la pelle: in piazza un uomo cercò di sparargli, il proiettile mancò il bersaglio. Maria José non era presente. E fu così che quando qualcuno le disse ma quanto è coraggioso il principe', lei pensò che intendesse coraggioso a sposare lei'. Era una donna ironica, anche sarcastica".

Certo non si può dire che il loro sia stato un fidanzamento lampo: dalla promessa alle nozze trascorsero ben 11 anni. "Diciamo che Umberto non aveva fretta. Aveva molte ammiratrici, riceveva lettere d'amore appassionate. Fu addirittura il re Vittorio Emanuele III, suo padre, a fargli pressione perché si sposasse. Anche perché Mussolini, nel frattempo, con il servizio segreto di polizia fascista, l'OVRA, aveva aperto un dossier sui principi fidanzati: l'intento era quello di spiarli e di screditarli agli occhi del popolo, che li amava molto. Di Umberto fu anche messa in giro la falsa voce che fosse omosessuale. Sia lui sia Maria José, invisa al regime per le sue frequentazioni antifasciste come Benedetto Croce, Alcide De Gasperi e il futuro Papa Pacelli, furono pedinati e controllati con le prime intercettazioni telefoniche".

La futura regina riuscì a dimostrarsi ribelle anche il giorno del matrimonio, celebrato con grande sfarzo l'8 gennaio 1930 nella Cappella Paolina del Quirinale, la residenza ufficiale dei Savoia. Andò all'altare con un sontuoso lungo abito di pizzo bianco, appena scollato, ma senza le maniche. "E pensare che fu mio nonno, il severo principe militare, ad affiancare le sarte per disegnare l'abito della sposa. Disegnava anche i famosi diademi, le collane, poi li faceva realizzare dal gioielliere di fiducia. Era un vero dandy, si vestiva a meraviglia. Però quel vestito per Maria José era del tutto scomodo, il tessuto pizzicava: così all'ultimo lei fece strappare le maniche e indossò lunghi guanti".

In ogni caso, le immagini delle nozze fecero sognare gli italiani. "Lo penso davvero: Umberto e Maria José sarebbero stati grandi re per l'Italia. La libertà che poi ha portato la Repubblica era già iniziata con loro, dall'arresto di Mussolini nel 1943 e senz'altro dalla luogotenenza di mio nonno, dal giugno del '44. Il popolo li amava ed era conquistato da Maria José, dalla sua vocazione ad aiutare chi era in difficoltà. Prima, durante e dopo la guerra, si spese sempre come crocerossina e sostenne i più bisognosi".

Una donna anticonformista e vulcanica, anche fumantina. Nel libro, è raccontato un pettegolezzo che la riguardò: si disse che fosse stata accusata del tentato omicidio di un'amante del marito Umberto. Sorride, Emanuele Filiberto. "È vero, ma quella vicenda fu un po' gonfiata. Sì, mia nonna mi raccontò che ci fu qualche incontro infuocato, diciamo, fra lei e un'attrice amica di nonno, però cercare di ucciderla proprio no. Comunque la vicenda innervosì Vittorio Emanuele III, che fece trasferire i nonni da Torino a Napoli. Perché il re in fondo un po' temeva Maria José, la chiamava la belga' a sottolinearne l'educazione molto libera per quel tempo, e appena poteva cercava di allontanarla, sapeva che portava scompiglio".

Per re Umberto e per la Regina Maria José, l'esilio segnò anche l'allontanamento personale. "Dopo un periodo insieme, si separarono e scelsero di vivere in due luoghi diversi. Re Umberto in Portogallo, con le tre figlie Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice, e la regina in Svizzera, insieme al figlio, mio padre Vittorio Emanuele. L'amore può passare, ma il rispetto resta per sempre. In realtà, Maria José aveva anche problemi agli occhi e in Svizzera aveva trovato medici adeguati; soprattutto, lì poteva coltivare le amicizie di sempre e far rivivere quel salotto culturale che le stava tanto a cuore. Mio padre soffrì molto per l'allontanamento dalle sorelle, perché va detto: la regina di maggio era magnifica, ma non era certo una mamma tenera o affettuosa".

Villa Italia a Cascais, la residenza dell'ultimo re affacciata sull'oceano, oggi un hotel di lusso, è stata a lungo meta di visite continue. "Umberto II è stato amato da moltissimi italiani. Erano stati il suo popolo e lì in Portogallo erano ciò che gli rimaneva del suo Paese. In migliaia andarono a trovarlo in esilio: lui non si è mai negato a nessuno, con tutti ha trovato il modo di parlare, di fare una fotografia. Anche Totò fu ospite a Cascais più di una volta".

"Dopo 80 anni da quell'esilio", conclude Emanuele Filiberto, "attraverso Il Giornale rivolgo il mio appello molto sentito al Presidente della Repubblica Mattarella:

che consenta che le spoglie di Umberto II e di Maria José possano tornare in Italia e riposare al Pantheon, dove ci sono già i primi due re d'Italia e la regina Margherita. Spero che il tempo della serenità sia arrivato".

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